La squilibrista (trasloco, dicembre 2015)

Ciao, Bibliotecaemo. Ormai parlo sempre più spesso del mio circo psicolabile di farmaci, personaggi nella testa, musica: la biblioteca resta il mio cuore segreto, ma intorno è cresciuta una foresta.

Vado ad abitare nella foresta, ora.
E il mio diario discontinuo prosegue su
https://lasquilibrista.wordpress.com/

senza testa

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Cicatrici (05/11/2015)

E’ più o meno così:

di colpo esplodono mille specchi, tutti dentro mia la testa. Sono dieci minuti che mi cade di mano qualunque cosa, non trovo il telefono, non trovo un cazzo. La stanza in cui sto frugando è buia perché non ho ancora sostituito il faretto che si è bruciato due settimane fa. Tengo la mano sinistra sollevata, la cucitura sul palmo esposta, e con la destra frugo alla cieca nei cassetti. Sono in ritardo, sono in ritardo e va tutto storto e io non riesco a pensare. Mi serve una benda perché la medicazione dell’ospedale si è bagnata ma non la trovo, non c’è una garza o un pezzo di cerotto in questa casa, fanculo.
Dall’esterno arriva soltanto un vago riflesso luminoso, ondeggiante-
Piove fortissimo, io ho freddo e non so come rifare la medicazione, guardo disorientata l’orologio con l’ora sbagliata, i profili dei mobili che sprofondano nell’oscurità, e non so più cosa sto facendo,e crash.

A questo punto, come sempre, mi odio perché sono fuori controllo e non faccio che peggiorare le cose.
Sono impotente come un topo o un uccello in trappola.
E, peggio ancora, me lo dovevo aspettare: c’è un’energia febbrile mi fa fremere da giorni, e ho imparato che non è per forza una buona cosa. Non sento più la stanchezza e la sera non riesco a smettere di parlare.

E quando parlo, mi hanno detto, non si capisce niente, probabilmente scivolo dai pensieri alle parole ai pensieri.
Dentro la mia testa sento tutte le parole e faccio mille progetti, mi vengono delle idee bellissime che domani ricostruirò faticosamente.
Sono una scimmia, un sasso lanciato da una fionda. Sono troppo veloce.
Sono dentro mondi in cui vivo soltanto io.

E quando lo capisco, quando me lo sento dire, sento un dolore che mi sembra cominciato con me e vorrei avere qualcuno a cui dire:
ti amo.

Ho sempre preferito dirlo che sentirmelo dire. Essere amata mi fa sentire un piumino di soffione, soffice e leggero.
Bellissimo.
Ma l’altra cosa, amare, mi fa brillare come una stella che esplode: PCCCCCHHHHhhhhhhhh…

Essere amata mi fa sentire intimidita, credo.
E comunque adesso non è PCCCHHHhhhh,
è CRASH.

Nessuno mi ama e non amo nessuno. Lo penso ferocemente mentre nel buio urto libri, perdo gatti nell’armadio, sbaglio giacche.
Faccio dei versi di frustrazione ma la sertralina 150 mg mi impedisce di cadere col suo compressore implacabile, e invece io avrei bisogno di cadere, di cadere fortissimo, di piangere un miliardo di lacrime.
Le uniche parole che lampeggiano sullo schermo nella mia testa sono Medicazione e Ritardo. Ritardo in colori sempre più abbaglianti.
Raccolgo con la destra la borsa, la giacca, un libro, cose che intravedo in quella luce baluginante, stupida mano da medicare, continuano a uscirmi dei versi da maialino, e la frustrazione mi sbuca dalla pelle come un milione di aghi.
Pungerò sicuramente qualcuno.

Scendo dai miei genitori. Entro senza suonare, cerco di fare la tranquilla. Duro due secondi . Chiedo se hanno garza e cerotto con voce quasi normale ma poi mi metto a frugare scompostamente sul tavolo nella stanza di mia madre.
Non mi piace questa stanza.
Non mi piace il letto col materasso antidecubito, non mi piacciono tutte queste scatole di farmaci, la finestra chiusa, la luce troppo gialla.
Questa è la stanza dove sono stata sconfitta come bambina e riassemblata in qualche modo come adulto. Uno stupido adulto che capisce che vuole bene a suo padre e a sua madre, e vaffanculo, che soffrirà quando moriranno. E non l’aveva messo in conto. Non c’erano nemmeno i presupposti.
Oh, la bambina: era pura, indomita e terrorizzata. Era una bambola danneggiata, piena di odio buio  e vischioso.
Mi domando dove sia finito tutto quell’odio. Aveva la forma di un fulmine.

Lo stupido adulto è gonfio non di odio ma di rabbia. Una nuvola grande e pesante di rabbia, pronta a sciogliersi in grandine. Mentre apro e chiudo inutilmente le stesse scatole, gli stessi cassetti mi chiedo se sia meglio l’odio o la rabbia, Medicazione e Ritardo ora occupano tutto lo schermo, io immagino come sarebbe fare del male a qualcuno per difendere me o qualcuno che amo.
Vorrei che ci provasse qualcuno adesso: mi immagino pugni graffi e morsi, morsi da pitbull perché sono mesi che serro le mascelle incontrollabilmente, ho la muscolatura di un molosso. Ti stacco un orecchio. O il naso, o mezza faccia. Immagino anche dei calci scomposti.
Non sono molto coordinata.
Ma sono arrabbiata. RRRRRRRRRabbia!

Arrabbiata e spaventata, che per me, non so per te, è quasi la stessa cosa. Grido Ma Come Cazzo E’ Possibile Che Non Ci Sia Del Cerotto Sono Nove Mesi Che Ti Medichi!!!!!

Oh…. sono una merda.

Invece miracolosamente mia madre, un uccellino scarnito e lamentoso che fatica a camminare per pochi metri si rianima, i suoi gesti diventano più decisi, e parla con una voce che è quasi la sua.
Comincia a dirmi Prova con questo, prova con quest’altro, e io mi sento pensare che potrò usare questo stratagemma per indurla a fare le cose che non vuol fare, lavarsi, camminare, vestirsi. La rabbia mi passa per un istante. Sono quasi contenta.

Poi penso:
se avessi conosciuto tutto questo potere, quand’ero piccola, non mi troverei una bambina volpe nella testa, che quotidianamente viene circondata da un cerchio wicca di strani personaggi che giurano di proteggerla.
Che vertigine, pensare di sapere da bambini quel che si scopre poi, che sono persone, quei due giganti, e non sanno quello che fanno e non sanno un cazzo.
La testa di un bambino esploderebbe. Un bambino normale, intendo, perché scommetto che un bambino che viene picchiato troverebbe la rivelazione meravigliosa ed esilarante. Prenderebbe un oggetto appuntito e direbbe, Vieni Qui, Stronzo.

O almeno, io avrei voluto dirlo, con un gesto di sfida, un passo avanti da gradassa.

Invece niente, è andata così, e io faccio una carezza a mia madre, ma devo andarmene al più presto. La badante mi aiuta a fermare la garza con del nastro telato che mia madre, muovendosi come una gallina saggia, ha pescato da un cassetto segreto. Io cerco di stare ferma, ma voglio scappare, perché sto per esplodere in un milione di frammenti.
Finalmente scendo in cortile sotto una pioggia scrosciante. Ora vedo solo Ritardo, ma è su uno schermo che occupa tutto il mondo. E lì capisco che ci siamo: come quando il coyote si rende conto di aver superato l’orlo del precipizio e di correre nel vuoto.
Comincia la caduta.
Non trovo le chiavi della macchina. La pioggia mi inzuppa i capelli, mi sgocciola fredda nel collo. Non trovo le chiavi della macchina. Lo ripeto nella testa piangendo, fuori sto serrando talmente i denti che non mi sfugge nemmeno un lamento.
No Entità Che Non Esisti, non mi sta succedendo anche questo, dove cazzo sono le chiavi, la mia amica mi aspetta da venti minuti sotto questa pioggia e io mi sto bagnando e sono isterica, ho ancora pochi secondi di autonomia e poi, poi non lo so, ma è brutto.
Mi rifugio in garage e svuoto la borsa, e ne esce di tutto, come ho fatto a non accorgermi che stavo riempiendo la borsa come se potesse diventare una valigia, tipo Pokemon che evolve? Non riesco più a deglutire. Non so nemmeno se respiro. Un attimo prima di sdraiarmi sul pavimento di cemento e chiudere gli occhi trovo le chiavi.
E la caduta rallenta.
Aspetto un minuto, poi salgo in macchina piagnucolando, perché la sertralina questo mi consente, e tutta questa pioggia che sferza il vetro faccio finta che siano le mie lacrime.

Non sarò mai salva da questi momenti. Posso solo sperare che siano pochi, e brevi, come diamanti duri e scintillanti.

Poi la mia amica mi ha fatto sfogare un po’ e ho bevuto una cedrata e ho ascoltato una storia un po’ d’amore, e due ore dopo era tutto finito, dissolto come il pulviscolo umido che resta ancora un po’ sospeso nell’aria in autunno, quando smette di piovere.

E alla fine sono andata da S. Aveva ricominciato a piovere, a secchiate, come in un film, non vedevo un tubo! Andavo pianissimo, ma era come se stessi attraversando l’Atlantico a gonfie vele su una nave pirata.
E mi piaceva.
Mi piaceva tantissimo.

E pensavo che la cicatrice che si sta formando sotto il cerotto, sul palmo della mano sinistra, è perfettamente sovrapposta alla linea del cuore.

fulmine

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Helka, Kimo e il Grande Orso Blu: Una storia di sbagli (A Tribute to Winnie The Pooh, 09/09/2015)

Helka e Kimo sono in vacanza. Si divertono molto, ed è un grosso dispiace dover tornare a casa proprio quando il sole è sorto scintillante come un cristallo sulla valle lavata dalla pioggia. Per consolarsi decidono di passare dalla Grande Diga e guardare giù verso il Lago, che è una scodella d’acqua scura con piccoli fiordi rocciosi.
A Helka piace guardare giù verso Cose Profonde. Anche a Kimo.
Così si fanno spiegare la strada da Tomra e Mauso, i loro amici che hanno rilevato una locanda sulla montagna e conoscono bene la zona.
Poi abbracciano i loro amici, salgono sullo scooter di Kimo e partono.

A destra. A sinistra. Ora dritto, dice Kimo, ripassando le istruzioni. Ad un certo punto la strada dovrebbe diventare stretta e sterrata. E a un crocicchio si fermano e scelgono una strada sterrata che si infila nel prato.
Bisogna fare molta attenzione in due su uno scooter su una strada sterrata. Ci sono Pietre, e Buchi, e le Discese possono essere molto, molto ripide.
Così ripide che ad un certo punto Helka, che è stata a guardare incantata l’erba e gli alberi, in particolare un albero con le foglie rosse così lucide da sembrare fatte di caramelle alla ciliegia quando le hai succhiate quasi del tutto e diventano trasparenti come rubini, e il cielo e le nuvole, comincia a preoccuparsi.
Kimo si preoccupava già da un po’, ma la Strada è diventata un Sentiero e poi un Sentiero Molto Scosceso, e gli scooter non sanno andare su Sentieri Molto Scoscesi.
Lo scooter fa finta di niente ma ha paura.
Ad un certo punto compare un cancello, e il Sentiero dice vaffanculo e si infila in un prato grandissimo. Helka striscia tra la recinzione e il cancello per controllare, ma il prato è un pascolo per le mucche e non va da nessuna parte, è lì poi diventa il fianco di un’altura e si perde in basso, verso baite e mucche.
Si sentono i campanacci, ding, deng, è un suono azzurro e dorato.
Baite e mucche viste da lì sono piccolissime.

Kimo è disperato, potrebbero rotolare in una scarpata tra l’altro, e Helka cerca di consolarlo. Insieme girano lo scooter, che collabora come può, ed Helka dice decisa Andiamo a Cercare Aiuto.
Sono tutti così gentili sulla Montagna, e non succede mai niente.
Uno scooter bloccato in mezzo al niente dovrebbe fornire un Diversivo Piacevole, e la storia di un salvataggio potrebbe fornire Materiale di Conversazione per anni.

Scusa Helka, dice Kimo.
Ma va, dice Helka.
Helka si perde anche vicino a casa, ma è molto brava a fornire conforto.
Per di più si è fatta una canna prima di partire.
Sente dentro una serenità verde e luminosa, come il mondo intorno che scintilla e rifulge sotto il sole.

Quando arrivano alla locanda di Mauso e Tomra sono tutti sudati. Kimo è mesto ma Helka è supersorridente.
In due minuti un Avventore si offre di aiutare Kimo a spingere lo scooter su per il tratto più scosceso. Intanto un altro Avventore, che chiameremo Avventore Anziano, si interroga con un piacere evidente su molteplici aspetti dell’Evento. Dove si sono incagliati Helka e Kimo? Come mai uno scooter non è uguale a una moto da trial? Che strada è quella che hanno Preso Per Errore?
Helka prende un bicchiere di acqua e menta e va a sedersi sotto il portico della locanda. L’Avventore Anziano non demorde e la insegue: hanno preso la strada che va giù dalla chiesa e passa dietro il prato di Mummummu? O forse quella che dopo quindici chilometri passa il ponte di Lallalla? O non sarà mica la strada vecchia che passa dietro ai pratini alti? Sarà la tangenziale che attraversa il Campo delle Zucche Immangiabili?
Helka con pazienza risponde no, e no, e non credo, e no di sicuro non era una tangenziale, e non abbiamo nemmeno fatto quindici chilometri perché siamo risaliti a piedi in cinque minuti.
Avventore Anziano non si capacita della mancanza di interesse di Helka per la mappa della zona. Quando le chiede da che parte sono risaliti ed Helka non ricorda nemmeno quello rischia un infarto alle coronarie.

Ma Helka si perde anche vicino a casa, anzi, si è persa vicino a casa anche di recente, persa così tanto che si era fermata vicino al cimitero e aveva avuto una crisi isterica con pugni sul volante e pianto a dirotto.

Avventore Anziano è  instancabile, continuata a formulare interrogativi e a dire Non Capisco.
Il piano, pensa Helka contenta, sta già funzionando.
Quell’Avventore racconterà la storia al bancone del bar della locanda per settimane. Mesi.

Poi dall’angolo spuntano Kimo e l’Avventore, che chiameremo Avventore Gentile, con lo scooter che si sta riprendendo dallo spavento.
Ho pensato che avrei dovuto abbandonarlo lì, dice Kimo sottovoce, per non farsi sentire dallo scooter.
Ma va, dice Helka.
Te l’avevo detto che non era un problema.
Sono stato un idiota, dice ancora Kimo, depresso. Ad un certo punto ero proprio… disperato.
Kimo odia Sbagliare, e odia Disperarsi.
Mannò, dice Helka premurosa, guarda cos’ho combinato io, ho strappato tutta la carta nel rollare questo ciano.
Si domanda se il paragone regga.
Ti invito a pranzo, dice a Kimo. Anche Avventore Gentile, se vuole.
No, Avventore Gentile è pacatamente contento della propria Gentilezza, è fiero di aver fatto fare una bellissima figura alla Gente della Montagna. Si allontana per tornare dalle sue mucche e dai suoi cani.
Kimo è riuscito a pagargli una birra.

Lo scooter comincia a rilassarsi, Helka e Kimo decidono di sfanculare la diga e di fermarsi a mangiare le famose Patate Arrosto di Tomra, il sole splende, non sembrerebbe nemmeno settembre se non fosse che settembre è inconfondibile, trasparente, obliquo come la sua luce, dolce, prossimo all’autunno.

Poi arriva il Grande Orso Blu.

Dove cazzo eri, chiede Kimo.
Ho fatto tardi al concerto dei Bipolar Bears, risponde il Grande Orso Blu. Mi son svegliato da cinque minuti, ho fatto una doccia e son volato qui.
Eh, prendi una Patata Arrosto, va, dice Helka.

Blue Bear

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Manuale per Abitanti di Case Infestate (12/08/2015)

Sono ossessionata dalle case infestate. In pochi giorni ho visto almeno dieci film in cui ad un certo punto la casa è infestata.
Alcuni film erano belli, ma per lo più erano film brutti, prevedibili, con musica didascalica e dialoghi esasperanti.
Li guardavo perché anche nei più banali, luminoso e palpitante come il pancino di una lucciola, brillava un desiderio segreto, un’eccitazione. Tra un muro che trasuda sangue e uno specchio malvagio si rivelava una bellezza inutile, un’inquadratura che diventava trasparente, un cielo che mi distraeva della faccia dell’attore che diceva Cosa diceva esattamente quell’incisione babilonese, Shane?

Trattenevo il fiato. Durava poco ma sembrava che la membrana che divide i mondi si ammorbidisse. Potevo affondarci le dita e sentire lo spazio dall’altra parte.
Per alcuni secondi non sembrava totalmente assurdo trovare delle impronte di piedi scalzi sul soffitto o scoprire che su uno scaffale c’è davvero un libro che apre la porta dell’inferno.
Non era piacevole, ma nemmeno spiacevole.
Era una specie di euforia, una sensazione di salvezza.
Era un po’ come quelle droghe che ti scoperchiano il cervello per tre secondi.

Ho passato interi pomeriggi e serate a guardare ore ed ore di film horror.
C’erano: poltergeist e presenze oscure e iscrizioni misteriose, vicini che alludevano a orrori passati, agenti immobiliari che rivelavano troppo tardi i segreti delle case che vendevano a famiglie disgraziate. C’erano cadaveri putrefatti che cadevano con un tonfo da soffitte polverose, affioravano dalle fondamenta, saltavano fuori dai muri durante le ristrutturazioni. E naturalmente i bambini facevano disegni rivelatori gli adulti sogni terrificanti gli animali di famiglia facevano un circo che nessuno interpretava correttamente finché non era troppo tardi. Coppie in crisi intravedevano sagome indistinte negli angoli dei loro salotti, mariti poliziotti sparavano alle ombre.
E poi, come quando il cuore salta un battito, pam, comparivano quelle inquadrature storte, quei colori limpidi.
Le foglie degli alberi che fremevano e frusciavano. Un granaio. Una sedia. La faccia di uno che guarda. A volte era la musica. A volte un momento che faceva ridere.
Lo prospettiva strana dello sguardo di un cane o di un bambino.
Ogni cosa diceva: questo mondo non è quello che sembra.
L’unica cosa che mi mancava era qualcuno a cui dire, Guarda! Te ne sei accorto anche tu?

Comunque il risultato è che ora potrei scrivere un manuale per abitanti di case infestate.
E’ facile.
La prima regola è: Andarsene immediatamente.
La seconda regola è: se qualcuno nota qualcosa non sarà creduto dagli altri, quindi gli conviene inventarsi un pericolo banale e realistico, tipo un serial killer, o il radon.
La terza è: Andarsene immediatamente, cosa fate ancora qui, idioti!

Ma la gente dentro i film di case infestate evidentemente non guarda film di infestazioni. E’ un fenomeno che mi innervosisce molto. Faccio due ipotesi: o nel loro mondo i film horror non esistono, oppure esistono ma la gente che abita nelle case infestate li trova noiosi.
Guarda, sembra la villetta che avevamo nel ’95, ci sono anche le stesse impronte di manine insanguinate nello studio, tu va pure avanti a guardarlo che io vado un attimo di là a stendere.
Gli abitanti di case infestate sono raramente intelligenti, tendono ad ignorare avvertimenti clamorosi, se gli si dice Soprattutto non usate la tavoletta ouija indovinate cosa fanno nell’inquadratura successiva.
Li prenderei a ceffoni.
Una volta avrei avuto un po’ paura a dormire da sola, dopo ore ed ore di film horror.
Ora invece ne ricavo una misteriosa soddisfazione, una consolazione quasi.
Io abito in una casa costruita meno di dieci anni fa. Non ci sono mai morti neanche dei gatti.
La casa infestata sono io.

Nei periodi complicati della mia vita tendo a inseguire ossessivamente un tema specifico. Ci sono stati i Fratelli, i Viaggi nel Tempo, gli Zombie. Mentre stavo divorziando: la Sindrome di Asperger. Adesso sono gli Horror con le case infestate da oscure presenze che, ho notato, per lo più vincono.

L’estate scorsa, mentre attraversavo un periodo di depressione e anoressia e terrore aspettando che i farmaci che mi prescrivevano, in dosaggi crescenti, facessero effetto, ho avuto un’idea: scomporre il mio tormentato me in tante mini-me e cercare di capire cosa volessero, magari farle votare per prendere le decisioni che io non riuscivo a prendere.
Ero a un concerto molto psichedelico, ed ero molto fuori di me. Mi è sembrata una grande idea.
E incredibilmente ha funzionato.
Dal rumore bianco dei miei pensieri sono emerse, senza sforzo, piccole stazioni radio: una, due, poi cinque, dieci. E tutte trasmettevano me, solo che potevo ascoltare senza sbriciolarmi anche i pensieri di cui mi vergogno, le paure insensate, la rabbia l’invidia la gelosia il rancore.
Per tutta la vita mi sono raccontata storie per addormentarmi, e la mia immaginazione a volte assomiglia a una trance: una volta che ho cominciato a immaginare le parole delle mie me è stato facilissimo per loro darsi un nome, scegliersi una faccia e dei vestiti.
E’ quasi un anno che le ascolto parlare.
Funziona perché, come tutti giocatori di ruolo, ho perso quasi subito il controllo dei miei personaggi.

Il mio piccolo teatro si è rivelato molto utile. Per esempio, quando non riesco a dormire immagino le mie me che vanno a dormire.
Qualcuna legge, qualcuna spegne subito la luce, io mi tranquillizzo mentre osservo la mia casa di bambole che si prepara per la notte.
E’ un albergo. Si chiama Hotel P.
Un giorno ho pensato che avevo bisogno di un rifugio dentro la mia testa e l’Albergo si è materializzato senza sforzo, in un istante.
Dico testa ma parlo del buio che ho dentro da cui emerge ogni cosa.

L’Hotel P. esisteva veramente quando avevo 7 anni e ci sono andata in vacanza coi miei genitori e i miei zii.
Non so se è ancora in piedi, e nemmeno mi ricordo com’era fatto, credo che fosse basso e allungato, circondato da un giardino. C’erano dei lampioni arancio a forma di fungo.
E’ un posto che sogno ancora.
Adesso l’ho deposto con cura dentro di me, ed è lì che abitano le ragazze, servite da camerieri invisibili, circondate dal nulla, e protette come in un forte.

Il mio Hotel P. è una costruzione di legno circondata da una pineta, e a poche centinaia di metri c’è il mare, che si sente ma non si vede perché è nascosto dagli alberi.
Come nella maggior parte dei miei sogni, i colori sono vividi ma è sempre notte.
Il sole non sorge, ma nevica, cade la pioggia, soffia il vento, si scatenano temporali estivi, ci sono le stelle e la luna.
Nel mondo reale non piove da molto tempo e mi piace immaginare tutte le ragazze riunite nella sala a pianterreno, e intorno i pini marittimi sferzati dal vento, il mare che si sente a tratti, le onde che si fracassano sulla spiaggia buia.

Ci sono molte storie che parlano di spettri orribili che poi si scopre che vogliono solo comunicare.
Ricevere un messaggio da se stessi è anche più difficile, a volte.
Ci sono cose che proprio non possiamo accettare.
Così ho lasciato che queste cose si dessero un nome, e adesso parlano tra loro. Alcune sono umane, ma c’è anche una strega, un demone, uno zombie. C’è una bambina mezza volpe. L’ultimo arrivato è un essere informe e gigantesco, fatto di fango, che non ha ancora un nome né una faccia ma distrugge le cose.

Io lo chiamo l’ Energumeno, so che viene dal passato e non avrei mai immaginato di vederlo avanzare goffo e pesante verso l’Albergo.
Le sue braccia sono grosse come tronchi e le gambe appena abbozzate si sollevano e ricadono con un tonfo cupo sulla sabbia umida. La faccia non esiste e la testa non è una testa, è una montagnola di argilla.
Non emette suono. Ma ogni suo movimento rimbomba come una frana.
Anche se è un’informe creatura di fango so che è un maschio.

Quando è apparso non c’è stato panico. Le altre me sono in troppe per spaventarsi. Semplicemente lo hanno confinato in una stanza remota, piena di oggetti accatastati, e per giorni hanno lasciato che sfasciasse tutto, pam, pam, con pugni grandi come palloni da calcio.
Se ti avvicinavi alla porta sentivi gli schianti e gli sbriciolamenti e i vetri che andavano in pezzi, il legno che si spaccava.
Dopo un bel po’ si è fermato.
Ora sta chiuso nella stanza in fondo, e riflette, credo. O dorme.
Ho cominciato a chiamarlo il Golem.
Se solo potesse diventare la nostra guardia del corpo.
Noi lo sappiamo quanto pesano quelle mani enormi.

Le neuroscienze non riescono a trovare nulla che confermi l’idea che noi abbiamo dell’Io. Non c’è altro che un insieme di reazioni, una rete di collegamenti. Eppure sembra così evidente che Io esiste.
Un neuroscienziato lo ha chiamato, cautamente, il Narratore

Se ci fosse un breve paragrafo alla fine del Manuale per Abitanti di Case Infestate direbbe: l’infestazione volontaria è l’unica che protegge la casa e i suoi abitanti.

haunted house 1

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Pauline: Il mio quartiere starebbe in un cerchio molto piccolo (25/07/2015)

Corro pianissimo, corro sul marciapiede poi attraverso la strada poi di nuovo sul marciapiede, supero panchine sotto gli alberi il campus la metropolitana case rosse case rosse case rosse, da tutte le angolazioni possibili, un parcheggio spettrale, altre panchine, altri alberi.
Corro pianissimo dall’inizio alla fine, una corsa ridicola, di uno che sta pensando.
Come telefonare mentre guidi.

Non vedo neanche un cane. Nel quartiere sud la notte ci sono i genitori seduti ai tavolini del bar con i figli che giocano sotto i portici.
Qui solo strade vuote.
Sento un bambino passando davanti a una finestra aperta. La mamma canta con una voce da soprano Vieni, vienidallamamma, vieni, e altre frasi di uguale metrica, e il bambino, piccolissimo, la segue alla perfezione: bello, bellobellobello, bello.

Mi piacerebbe per mezz’ora correre come se fosse bello, bellobellobello.

Supero di nuovo le panchine, gli alberi che sono pini, è un boschetto in riva a un fiumicello che ha sostituito il boschetto di pioppi di quando ero piccola.
Quando costeggio i campi da tennis mi arriva addosso come uno che ti abbraccia all’improvviso una botta di vento. Alzo le braccia, sento il sudore sollevarsi in un miliardo di stelline di pelle d’oca. Puzzo. Sono fradicia.
E’ tutto il giorno che sono fradicia, come tutti quelli che non hanno il climatizzatore a casa, in automobile, al lavoro. E anche in quei casi può capitare di dover attraversare una strada, uscire su un terrazzo, abbassare un finestrino. Bastano trenta secondi per sentire il respiro feroce del leone dell’estate e ritrovarsi la testa confusa, i nervi a fior di pelle, incazzati e frustrati, tutti bagnati nei vestiti che si spiegazzano.

Invece adesso è notte, c’è la luna ma anche qualche nuvola diafana da nord, e il vento mi soffia nei capelli, sulla faccia, un cane affettuoso che profuma di umido e terra.
Da qualche parte ha piovuto, magari sta piovendo ora, e le strade mandano quell’odore eccitante di polvere bagnata e selvatico, qui niente. Neanche una goccia.
Nonostante ciò, bello, bellobellobello.

Corro su un tratto di marciapiede che nel primo giro ho evitato. C’è la fermata dell’autobus, e il cemento è tutto rialzato e spaccato dalle radici degli alberi. Una volta quasi mi ammazzo correndoci sopra mentre mi guardavo in giro. Ci corro sopra con cautela stavolta, peso in avanti, gomiti e avambracci bassi, piedi paralleli, occhio a dove li metti, e intanto nel mio cervello il rumore bianco della rabbia e del panico si abbassa di volume. Respiro più lentamente, forse ce la faccio a completare il secondo giro.

E’ tanto che non corro regolarmente. Sono sempre stonata dai farmaci, intontita dal caldo, triste.
Mi ricordo perché mi piace. Mi accorgo in realtà che è il mio corpo ad accorgersene, precede il cervello di alcuni minuti. I miei pensieri si sono adattati al flusso di endorfine.
Ce la posso fare.
Basta non concentrarsi sul futuro.
La natura farà il suo corso.
Me l’ha detto S ed è la prima cosa confortante e sensata che qualcuno mi abbia detto.

Sfioro la siepe delle case vicine alla mia, un tempo abitate da gente che non ho mai conosciuto. Non conoscevo nessuno, davvero. Non avevo nessuna rete di relazioni. Non so se stavo bene da sola, coi miei libri e la radio. Oppure se ero sola e mi proteggevo con le storie. Non lo so e ormai è tardi e non mi importa neanche molto, considero solo che ho abitato per decenni accanto a sconosciuti di cui riconoscevo vagamente le facce.
La siepe emana un’onda di energia che mi sembra di sentire nel palmo mentre la accarezzo senza toccarla. Un cuscinetto di energia verde e fresco, penso che le benedizioni siano incantesimi che hanno bisogno degli alberi, o dell’erba e dei cespugli.
Benedico, qualcosa, la siepe. E’ lunghissima. Ora tutti i cancelli sono chiusi, quando ero piccola erano sempre spalancati, ci si poteva infilare dappertutto volendo, ma io ero troppo paurosa, e mi perdevo facilmente.
Io entravo solo in un cancello, quello che portava al parco giochi delle case rosse principali.
Mi ricordo di averci passato del tempo in completa solitudine, sentendomi un po’ illegale, sotto un cielo pieno di nuvole, con la pioggia che non si decideva a cadere.
Adesso c’è il cielo buio che non pesa neanche un po’, è morbido come un gatto, la luna brilla, io respiro più aria, forse vado anche un po’ più veloce, mica tanto però.
Sono soddisfatta.

Arrivo alla fine del secondo giro distrutta. Faccio uno stretching penoso sentendo tutti i muscoli corti che si allungano bestemmiando. E’ incredibile come ci deterioriamo velocemente. Qualche mese fa avrei riso, ahaha, di due giretti così. Adesso mi sembra di meritarmi un premio.

Salgo in casa, avviso mio padre che sono viva suonando il campanello dridridridrin-drin, come la cucaracha, voglio che capisca che è un messaggio.
Ciao come stai? Ci siamo mandati affanculo tutta la vita ma ora tu sei vecchio solo e disperato per la mamma che non migliora e io ti voglio bene, cerco, ci riesco anche, e quindi mi accerto che tu sia vivo e sappia che sono viva anch’io.
Lo sento gridare Ho capito vuoi un premio?
Cioè: telepatia.

Salgo l’ultima rampa di scale e mi spoglio e butto la roba davanti alla lavatrice e scalcio via le scarpe e apro l’acqua fredda e mi infilo sotto il getto e penso alla pioggia, la chiamo fortissimo dentro di me, l’acqua è fresca e nelle mie gambe i muscoli fremono.
Adesso si tratta di dormire.
Prima, il premio: c’è del gelato nel freezer.
C’è pioggia nel mio cuore.
Dentro di me diventa di colpo un posto figo.

rainy playground

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La bambina: Il corpo (02/07/2015)

 

La prima volta che ho visto un morto avevo sette anni. Ero in vacanza al mare con i miei genitori e mia sorella. Quell’anno stavamo in un bungalow nella pineta. Era una casina bellissima anche se la mattina trovavi sempre i vestiti tutti umidi.
I primi giorni faceva freddo e pioveva. Sembrava non dovesse smettere mai.
Poi una mattina mi sono svegliata con i raggi di sole posati sul mio lenzuolo e i rami di pino ancora gocciolanti che brillavano.
Per controllare meglio ho scavalcato la finestra e ho sentito coi piedi nudi la sabbia umida coperta di aghi di pino e con le mani l’aria tiepida che profumava di pineta, resina, pioggia. Era molto presto ma sentivo una radio che mandava la pubblicità di un’aranciata, che per sempre mi avrebbe fatto pensare alla felicità e alla fine dell’attesa.

Per quattro giorni noi bambini eravamo stati richiusi nei nostri bungalow umidi e avevamo giocato come potevamo. Ma era come tenere dei gatti in gabbia. Volevamo uscire. La bambina della mia età, che si chiamava C., era quasi riuscita a convincermi che la sua barbie malibù era abbronzata perché l’aveva dimenticata al sole. Stavamo impazzendo. La sera uscivamo mezz’ora e tornavamo mangiando mesti il gelato sotto l’ombrello.

A volte la pioggia si fermava per un po’. Succedeva prima del crepuscolo, quando la giornata era ormai rovinata. In una di queste pause di pioggia e burrasca io e C., stufe di non vedere mai il mare, siamo scappate fino alla spiaggia. Il sole si bucava con raggi sbilenchi il cielo scuro. Il mare era grigio e agitato.
Io e C. abbiamo, che parlavamo probabilmente di Barbie, dopo pochi passi sulla sabbia fradicia ci siamo zittite insieme perché la scena che si svolgeva a pochi metri da noi, in riva al mare, aveva risucchiato tutta la nostra attenzione. Anche adesso la ricordo come se l’avessi vista in sogno e me ne restasse memoria ai margini del campo visivo.
C’erano alcune persone, due o tre sulla spiaggia e un paio sulle rocce dei frangiflutti, circondate dagli spruzzi del mare agitato. C’era una donna inginocchiata.
Poi c’era un corpo steso sulla sabbia, a un metro scarso dagli orli schiumosi che spazzavano la riva.

Era quasi nudo, aveva un costume da bagno, vedevo bene i capelli biondi chiarissimi e le costole del torace magro, da ragazzo, sporco di sabbia. La faccia non la vedevo perché la donna era piegata su di lui.

C’è stato prima il corpo e poi la morte. Tra il momento in cui il mio cervello da capelli biondi e costole infangate ha ricostruito un corpo e quello in cui ho pensato Morto, Annegato, la mia mente si è dissolta in soffici nuvole grigie mentre provavo a trattenere i pensieri insieme al respiro.
Quando io sono tornata io, solo un po’ diversa, ho capito che gli uomini sui frangiflutti stavano cercando un altro nuotatore tra le onde. Che la donna in ginocchio era probabilmente la madre del ragazzo.
E che il ragazzo ora non era più un corpo, ma un Cadavere.

Era grottesco. Era affascinante.
Era la morte, ed era interessantissimo, importante, e io volevo vedere tutto, registrare tutto.

Poi il papà di C. è arrivato e ci ha catturate prendendoci per mano. Forte. Ci ha costrette ad abbandonare la spiaggia e ad imboccare il sentierino che portava ai bungalow nella pineta, strizzandoci le mani nelle sue zampone paterne.
Io e C. cercavamo di scambiarci qualche parola, eravamo eccitatissime e spaventate, volevamo nominare la morte, l’annegamento, ma lui ci ha zittite immediatamente, su su, e ci ha costrette a cambiare discorso.
Noi abbiamo obbedito.
Ricordo una noia profondissima che mi faceva venir voglia di urlare, un senso di vuoto, di vertigine, anche di colpa per aver pensato a cose brutte come i cadaveri. Chissà come era disperata la madre di quel ragazzo. E l’altro? Era annegato anche lui? Avrei voluto strappare la mia mano da quella stretta scomoda e tornare di corsa alla spiaggia.

Credo che sia dopo quella vacanza che ho cominciato a leggere moltissimo. Soprattutto di pirati e corsari, di battaglie in mare e sangue che cola lungo le fiancate negli arrembaggi.
Nessuna morte sulla carta mi è mai sembrata legata al corpo.

Quando sono rientrata la mia mamma ha risposto come poteva alle mie domande, cercava sempre di spiegarmi le cose, era una maestra, ma io avevo sbirciato la realtà fisica della morte e avrei voluto vederne di più, per esempio com’era la faccia del ragazzo? Che espressione aveva la morte? Avrei avuto il coraggio di guardarla?
Ero piccola, volevo sapere.
Avevo paura a restare da sola sull’orlo del mistero.

C’è una pineta nella mia testa, e in fondo c’è il mare e un morto sdraiato sulla sabbia, e una bambina lo vede, e in un altro punto c’è una bambina scalza che scavalca una finestrina e ascolta rapita il jingle di un’aranciata.
Se non ci fosse il tempo a separarle le cose capiterebbero tutte insieme e a noi toccherebbe essere felici impauriti arrabbiati stanchi divertiti in un unico istante fatto a forma di ordigno nucleare.
Innamorati e annoiati.
Amici e nemici della stessa persona.
Curiosi e delusi.
Vivi e morti.
Bang!

Ma dentro la mia testa il tempo non c’è, e due bambine che non sanno di essere una si aggirano tra i pini marittimi, annusano l’aria, giocano con le formine, si raccontano del ragazzo morto, si chiedono se davvero le barbie possono abbronzarsi.

pineto

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La domanda del pulcino assassino (31/05/2015)

Cerco di immaginare le schegge di vetro che rallentano e si fermano in aria.
L’ho visto accadere mille volte nei film di fantascienza: i frammenti luccicanti che galleggiano immobili, io che posso porre rimedio ad un errore di valutazione, rivedere le mie priorità, cambiare strategia e quando il tempo ricomincia a muoversi sono pronta a dare al destino una direzione giusta.
Invece il bicchiere si infrange sul pavimento, e taglienti triangoli scaleni schizzano per tutta la stanza.
Finiscono anche sotto i mobili, ne intravedo uno sotto il frigorifero, coi gatti di polvere.
Infilo la mano per recuperarlo, appoggio lo guancia sul pavimento.
Appiattendo la mano al massimo riesco a sfiorarlo con la punta di un dito.
Ma una zampa di gatto arriva più in profondità.
Così appiattisco la mano ancora di più, allargo le dita e riesco ad appoggiare il medio sulla superficie liscia del vetro. Lo faccio scivolare fuori con attenzione.
Poi resto qualche minuto con la faccia sul pavimento fresco.
Aprile è il mese più crudele, maggio fa cagare.

La notte sento un cuculo. Fa il verso che ti aspetti: cucu, cucu.
A me sembra straordinario: sono nella mia stanza, è notte fonda, il richiamo viene da un albero qui vicino. Sembra di essere nella foresta di Sherwood. Sono affascinata dal cuculo ma penso agli uccellini ignari che alleveranno i suoi pulcini. Mi ricordavo di averlo imparato alle medie, ho controllato su wikipedia ed è ancora vero.
C’è un articolo intitolato: Cuculo, il pulcino assassino.
Quel canto così misterioso viene da un ex pulcino assassino.

Quando sono molto stordita non riesco a leggere, faccio scorrere facebook per ore guardando i video di I F***ing Love Science. I pianeti, il dna, le mante che saltano per impressionare altre mante e sposarle.
Sono bellissime.
Quando sono meno stordita leggo o guardo puntate su puntate di serie tv.
Scrivere invece è difficilissimo.

Mia sorella mi ha scritto dei messaggi dopo aver fatto un’anestesia:
Fest
Enti verso
Zero
Stringon nulla.
Le ho scritto: Ahahahaha sei ancora sballatissima!
Lei mi ha risposto: Perché????
Penso che Fest ed Enti verso potrebbero essere concetti grezzi inviati da un’intelligenza aliena che balbetta nella nostra lingua. E Fest mi sembra che dia un’indicazione piuttosto chiara.
Dev’essere un’intelligenza aliena molto illuminata.

Con la faccia sul pavimento ho pensato che, comunque, ci sono delle me, dentro di me, nell’Enti-verso, che sono felici con facilità. Sto cercando di proteggerle. E’ difficile, rompo i bicchieri perdo le chiavi perdo la giacca arrivo tardi in ospedale a volte non ci vado neanche mi dimentico gli appuntamenti, e mi viene voglia di non essere felice mai più. Di sprofondare nel buio, come un pesce che nuota verso il basso nell’acqua sempre più scura.
Per fortuna ci sono sempre nuovi video da guardare.

Nel video le mante saltano, e l’oceano fa il rumore di un tamburo e l’acqua esplode e la Mobula Ray decolla col dorso nero di latex e le orecchie da Batman, si solleva come una piccola astronave da combattimento, ma non le interessa combattere il crimine o sconfiggere i Cylon, vuole solo dare una spanciata colossale e far innamorare un’altra Mobula Ray.
Tutto qui: spanciate e spruzzi, come in piscina a dieci anni.

Quando non riesco a pensare a nient’altro, il cuculo che canta e la manta che fa i tuffi volanti mi danno una piccola maniglia a cui aggrapparmi mentre conto fino a dieci ad occhi chiusi.

Mentre recuperavo il pezzo di vetro ho visto che sotto il frigo c’era un altro pezzo di vetro, in fondo in fondo, nascosto dalla polvere. Si vedeva solo guardando con attenzione.
Chissà che cos’era una volta: un bicchiere? Un coperchio? Una ciotola? Ho rotto più esemplari di tutte queste cose. Quel pezzo di vetro è lì da chissà quanto tempo. E’ troppo irraggiungibile per essere pericoloso, ma è lì.
Io lo so. Lui lo sa.
C’è un frammento così nel mio cuore.
Non credo che ci sia una mano piccola abbastanza da raggiungerlo.

Io e il frigo, però, tiriamo avanti abbastanza bene. Custodiamo la nostra punta scintillante e se nessuna la tocca, nessuno si farà male.

E anche stanotte ecco il cuculo. E’ quasi un suono meccanico, le prime volte che lo sentivo credevo che fosse l’allarme di un’auto.
Ma sai che è vivo dal modo in cui si sposta da un angolo all’altro del giardino,  con un intervallo silenzioso che è sicuramente riempito da un volo.

Quando è primavera in giardino c’è un’acustica completamente diversa da quella dell’inverno.
Per esempio, gli alberi quando c’è il vento cigolano.
Non è lo scricchiolio dei mobili che vengono spostati, è un rumore più melodioso, come se si stessero sgranchendo.
Adesso che lo spazio tra la mia casa e la casa di fronte è riempito da una marea di foglie i suoni si propagano in un altro modo, come se rami e foglie fossero la cassa armonica di una chitarra.
E’ un’acustica da disco stoner.

In questo momento il cuculo sembra vicinissimo. Sembra che faccia sempre la stessa domanda, senza stancarsi.
E’ solo un suono. Probabilmente mi farebbe lo stesso effetto il segnale di occupato di un telefono. Ma il cuculo ha una voce più bella, pura e profonda.
E anch’io ho una domanda indistinta che mi risuona nella testa.
Se solo riuscissi a capirla, non mi interesserebbe nemmeno trovare la risposta.

Ieri mattina invece ho visto su un ramo vicinissimo al mio davanzale un uccellino grande come una pallina, quelle di una volta, di plastica con le foto dei ciclisti. Cantava fortissimo, forte come un gabbiano, un canto assurdo per una gola così microscopica.
Era come guardare una particella di energia. Scommetto che urlava: E’ primavera, cazzooo.
Ma a me la primavera fa paura.
Tutta quella luce abbagliante. Ho paura di prendere fuoco.

Quando con la psichiatra ho ricostruito la Storia di Me Matta, la cronologia è stata spietata: aprile e maggio sono pieni di anniversari di catastrofi, crisi, fine delle relazioni, ricoveri, nuovi psichiatri, nuovi farmaci.
Poi, in un momento imprecisato dell’autunno, quando le giornate cominciano ad accorciarsi davvero, io comincio a risalire, e a gennaio sto fischiettando.
Vedere le date annotate sul foglio, come mi aveva chiesto di fare lei, e scoprire una ricorrenza così precisa, mi ha fatto sentire in un episodio di Fringe. Guarda, uno schema misterioso!
In realtà è uno schema diffusissimo.

E’ la prima volta in assoluto che comincia la primavera e io sono impasticcata dall’anno precedente.
Finora le mie storie con la chimica si consumavano in sette, otto mesi al massimo. Invece quest’anno ho aspettato aprile pronta, come una piccola guarnigione si asserraglia in un fortino.
Per ora il forte si difende.

Salta la mobula ray, strilla l’uccellino, il mondo è pieno di messaggi e io sono un’antenna.

Fest, enti-verso, zero. Stringon nulla (chi?).

Il mio preferito, però, è il cuculo che manda comunicazioni ad altri cuculi di notte, il pulcino assassino che suona come una campana buia e trasparente, e mi fa sentire in pace perché sembra che non verrà mai più giorno.
Ogni bicchiere che rompo, ogni errore che faccio, sono sempre io che esplodo in un miliardo di pezzi. E la manta, l’uccellino, il cuculo sono piccole schegge di me che stanno nel mondo senza essere distrutte. Saltano, volano, cantano. Solo dirlo mi fa tremare.

E’ in primavera che mi accorgo di quanto amo il mondo che odio e temo.
Ci sono lunghi minuti, lunghissime ore in cui sono felice.
Non me lo aspettavo.

E, quando sono felice, a volte un piccolo terremoto mi fa tremare le ossa, e mi domando Ma è il divano che trema o sono io?, e quando mi convinco che è il divano il terremoto finisce.
Lo sento finire, dentro di me, come un fiore che si richiude.

cuculo

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La Squilibrista: Sola contro Anansie

Qualche anno fa mi stavo separando ed ero piuttosto confusa. Facevo tutto da sonnambula. Avevo spostato tutti i mobili di casa per avere l’impressione di vivere altrove, e la libreria era mezza vuota, a sinistra restava solo una compassionevole copia di Il topo e suo figlio che mi incoraggiava tutta azzurra e piena di ricordi. Oltre l’ultimo cane visibile, mi sussurrava. E io affrontavo i minuti successivi imbaldanzita e piena di speranza.
Poi passava, e io riprendevo a domandarmi: come farò?

Un giorno sono andata a trovare mio amico che si chiama F. ed era abbastanza inetto, ora è cambiato, ma allora sia io che lui non eravamo proprio le casalinghe che uno vorrebbe vedere dentro le case a fare tutte le cose perbene, pavimenti da lavare, tende da appendere, frigoriferi da riempire.
Abbiamo parlato a lungo di buddismo, seduti sul suo materasso, e lui alla fine di tutto mi ha raccontato che due notti prima aveva trovato un enorme ragno nero sul muro bianco della sua camera. In preda all’orrore e alla paura lo aveva steso con una librata, credo, o con la scopa. Insomma, per uno terrorizzato dai ragni era stato estremamente coraggioso.

Ma la storia non finiva qui. La notte dopo prima di andare a dormire aveva guardato con uno strano senso di inquietudine il punto deve si era manifestato il ragno gigante. E cazzarola ce n’era un altro, identico al primo: grosso corpo nero nettamente diviso in due segmenti, in cui non sapresti se mettere una cinturina o una collana, otto zampe arcuate con dei piedi come aghi. Stava lì tranquillo, non sembrava sentire l’odore del sangue di ragno che probabilmente aleggiava ancora lì intorno.
F ha dovuto fare ricorso a tutto il suo coraggio e con diciamo uno straccio ha steso anche questo.

Tornando a casa riflettevo sui mille disagi di tornare a vivere da sola, con i ragni che avrei dovuto affrontare e le api che avrei dovuto scacciare e i mobili pesanti che avrei dovuto spostare.
Per le api nessun problema, ma cambiare le lampadine?
Assicurare l’auto?
Cambiare il contratto per internet?

Era buio quando sono andata a letto. A quei tempi avevo ancora il letto da matrimonio, quello fatto costruire da me e A da un falegname che poi si era scoperto essere il più lento del mondo, Era una specie di armadio basso, un cassone su cui dovevo arrampicarmi e che mi consentiva di stare in piedi sul materasso con la testa a pochi centimetri dal soffitto. Stavo scivolando sotto le coperte quando ho sentito il richiamo del muro. Bianco, anche il mio. Ho guardato velocemente e santa madonna c’era un ragno nero sul muro!
Lo avevo immaginato grande, ma questo era enorme. Sapevo che era nero, ma non questo nero lucido e duro, come la corazza di un coleottero.

Non c’era nessuno lì, solo un gatto inutile. Ero sola contro il ragno. E non volevo ucciderlo.
Ma dovevo fare in fretta, prima che cominciasse a muoversi e magari scomparisse in qualche angolo buio da cui, potenzialmente, mi avrebbe minacciato per tutta la vita.
Mi sono alzata dal letto tenendolo d’occhio, sono arretrata fino alla porta e poi sono corsa in cucina a cercare qualcosa, un contenitore, una trappola per ragni, una colt.

C’era un contenitore di plastica abbandonato sul piano di finto marmo verdino. Ho ringraziato mentalmente la me stessa disordinata che da giorni si dimenticava di metterlo a posto, sono corsa nella stanza spoglia che un tempo era il nostro soggiorno libreria ufficio di A, e ho trovato un foglio bianco, A4, sicuramente uscito dalla roba di A, e sono tornata in camera pregando Dio dei Ragni fa che sia ancora lì ti preeeeeeeego!
C’era.
Grazie dio dei Ragni.

Mi sono arrampicata sul letto armadio come sulla tolda di una nave, ho preso la mira e ho intrappolato il ragno tra il contenitore e il muro. Il ragno si è spaventato e ha tentato di scappare, ma io tenevo il contenitore ben fermo contro il muro, e cercavo di non mettermi a urlare. Gli dicevo dai ragno, vogliamo tutti e due la stessa cosa, fermati. E quando si è fermato ho fatto un bel respiro, e ho pensato se scappa e mi cade su una mano muoio di infarto e mi trovano con la faccia a forma di urlo di Munch , come in The Ring II.
Poi ho scosso un po’ il contenitore, il ragno è caduto all’indietro, come un paracadutista che si lancia, io ho raddrizzato il contenitore e l’ho coperto col foglio.
Sono uscita di casa abbassando le maniglie coi gomiti. In giardino ho liberato il ragno.
Cioè, ho appoggiato il contenitore e ho fatto un balzo indietro. Il ragno prima era lì, uno scarabocchio nero sul grigio della plastica, poi non c’era più.

Giorni dopo durante un temporale si è sfilata dai cardini l’anta pesantissima di una finestra, e con uno sforzo disumano sono riuscita a rimetterla a posto da sola, fuori bufera, pioggia in faccia, tuoni e lampi.
Era un’anta che pesava mille quintali, non so come ho fatto.
Forse il ragno mi ha protetto.
Chi ha detto che gli dei devono essere graziosi?

 

anansie boys 2

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Run Paulin: Il funerale dell’umanità (19/03/15)

Oggi tenevo la mano di S e la sentivo tremare nella mia come un animaletto spaventato, mi ricordavo la mia mano che tremava e faceva cadere tutto, e mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. Perché è un tremito di cui ci si vergogna, e invece era tenerissimo.
Averlo saputo prima.

Sto facendo un laboratorio con pazienti dei servizi psichiatrici territoriali, operatori e attori.
Giuro che mentre gli attori si riconoscevano benissimo, era molto difficile non scambiare alcuni operatori per pazienti.
Siamo proprio una razza assurda.

Mi viene in mente una psicologa. Le parlavo di una persona che mi costringeva ad ascoltare confidenze indesiderate, che mi aveva detto Il mio moroso ha un pisello lungo così! E aveva fatto quel gesto delle mani dei pescatori che descrivono la trota. E la psicologa mi aveva detto, col sorrisetto di piacere della bambina dispettosa, E lei è un po’ invidiosa, vero?
Questa psicologa, di razza umana, non poteva sapere che invece in quel periodo stavo vivendo una storia d’amore travolgente in cui non facevo altro che fottere, fottere come col demone del sesto cielo nel mondo di Estasi.
Quindi non solo aveva sferrato un attacco immotivato a qualcuno che le stava chiedendo aiuto, ma si era pure sbagliata. Non ho avuto la forza di dirglielo.
Mi ricordo che sono tornata a casa camminando con la faccia allibita, pensando che se invece di essere Me, quella con uno psicoterapeuta e una psichiatra strabravi, fossi stata una poveretta che non se li può permettere, sarei potuta cadere nelle mani della psicologa di razza umana.
Che aveva chiuso il colloquio con Guardi che dopo 20 anni non l’aiuta più nessuno!
Mi chiedo perché non mi abbia atterrato con un taser, alla fine.

Sto ascoltando una canzone di Nada che dice Musica / un po’ strana / scritta per il funerale / dell’umanità / che vuole primeggiare / travolgendo tutto. Ho deciso che non voglio più essere di razza umana. Che esista un’alternativa mi è immediatamente chiaro, limpidamente chiaro, ogni volta che incontro un altro membro della mia vera specie.
Bello, stringere la mano di S per aiutarla a dire scemo, a gridare deficiente al conduttore del laboratorio.
Bello, stringere la mano di S.
Bello.

topino

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Bibliotecaemo: Frozen (01/03/2015)

I cani mi salutavano per strada, io camminavo e rispondevo al saluto, ed erano le uniche creature che mi amavano. Tra l’altro non ne avevano motivo, ma i cani sono scemi.
Avevo aspettato quel vuoto bruciante e quell’esplosione nelle orecchie per giorni e giorni. Poi, semplicemente, mi ero dimenticata.

E mi ha sorpreso mentre cercavo un posto vicinissimo a casa mia per farmi dare da M la copia delle chiavi di casa. Perché mi ero chiusa fuori, questo volevano dirmi i cani, e non avevo nemmeno le chiavi della macchina, e mio padre aveva la copia delle chiavi della mia macchina ma quelle di casa le aveva date a M ma io non trovavo M non trovavo il posto era un posto di suore, sul serio vicinissimo a dove abito da così tanti anni, cazzo merda come era possibile non trovarlo, ma non lo trovavo e mi sono fermata e ho desiderato di trasferirmi, cambiare casa, smagnetizzarmi come una vecchia vhs per restare senza ricordi senza emozioni senza passato e poter riprendere a respirare.

Perché non respiravo più.

Mia madre l’ospedale mio padre la sua smorfia di delusione io, io e mia sorella che non risponde al telefono e il navigatore che mi rimanda a casa dal posto delle suore come se l’avessi trovato, in una versione più intelligente e matura di me e avessi recuperato le chiavi, che non avevo neanche perso.
Appena sono riuscita a riempire i polmoni ho urlato, non so per quanto. Poi ho pianto. Ho pianto pianto pianto. E non è successo niente.

Mi ero fermata dietro al cimitero in cui sono sepolti mio nonno e mia nonna, ma non vado mai al cimitero.
Quindi ero solo ferma fuori da un muro bianco. C’erano dei cassonetti e le persone che venivano a buttarci la rumenta mi guardavano due o tre secondi con sospetto, perché era buio, e io ero una forma nera in una panda e non so, sinceramente, se mi sentissero piangere.

Poi ho chiamato mia cugina.
Che si è spaventata, pensava chiamassi dall’ospedale, quindi ho dovuto dirle NONESUCCESSONIENTE e poi a pezzi, in una lingua che non sapevo più, dirle dov’ero e perché piangevo. Lei è arrivata in due minuti, ha richiamato M e M mi aveva già mandato suo figlio in bici con le chiavi.
Insomma erano tutti buoni, ero io che non riuscivo a ritornare buona.

Abbiamo lasciato lì i morti e siamo andate a casa mia, io sono salita e ho aperto la porta e i gatti sono corsi e sul tavolo eccole lì, le chiavi.
E pensare che stamattina ero così allegra, e mi sentivo così sicura, ho lavorato col sorriso sulla faccia e solo quando ho guardato i messaggi sul telefono ho sentito il primo schianto premonitore, quello della struttura che cede.
Da lì, è stato facile rotolare indietro.

In un tempo che è anche uno spazio in cui dolore, vergogna e umiliazione mi riempiono la testa come nuvole umide e pesanti. Può esserci un motivo piccolo o grande, anche sbagliato, non importa, la tempesta è già in formazione, vortici di alta e bassa pressione, qualche fulmine, microscopico, tra le connessioni sinaptiche.

Stamattina avevamo cominciato a ripulire la biblioteca dai libri troppo vecchi, brutti o sfasciati per essere conservati. Lo spazio che si allargava mi faceva sentire curiosa del futuro, fiduciosa, candida come un cuscino su cui è ricamato a punto croce che in qualche modo si aggiusterà tutto.
Poi verso l’una telefono schianto folgore e fine, bianco, rumore di fondo, pensieri confusi e accavallati, le cose successe nell’ultimo mese che emergevano come pesci morti e tutto che tremava. No, ero io che tremavo, ma vaffanculo.
Sono sempre io che tremo.
Sono corsa fuori dalla biblioteca come se stesse crollando sotto i bombardamenti.

Quindi non so, nulla è cambiato, moriranno i miei genitori, morirò io, non si quando, e la solitudine è ancora una pianta con radici fitte e profonde, una filigrana di fili scuri nel buio umido del mio cuore, e M è corsa ad aiutarmi, e nemmeno S mi odia, ma io sì e cosa posso fare?
Cioè, a parte scrivere, intendo.

Frozen

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