Azzurra (26/07/2017)

Viaggio verso nord e il cielo è azzurro e tempestoso, mentre a sinistra il sole scompare in una corona sfolgorante di luce tranquilla. Sopra la mia testa, luminose, giallo limone, crema pasticcera, oro, le nuvole si mostrano di pancia, con bordi cupi e pesanti, la promessa di un temporale che non c’è stato.

Le nuvole hanno forme di animali, mostri e angeli. Soprattutto angeli, visto che gli angeli possono avere qualsiasi forma, anche incomprensibile, tipo questa massa qui e quel pezzettino là sono un’unica creatura che emerge dal cielo come un ippopotamo da un fiume. Un’esperienza che sembra un sogno ma ho avuto davvero, circa 30 anni fa, in gita con un grande amico, un amico medio, e uno di cui ero innamorata. Siamo finiti lungo un fiume e abbiamo assistito a una scena irreale. In una pozza profonda circondata da gente silenziosa ed eccitata un ippopotamo che viveva con un circo viaggiante si era immerso lasciando visibili solo il naso e le orecchie, e faceva il bagno felice. Due lavoratori del circo, con un lungo bastone, cercavano di farlo uscire, e alla fine ci sono riusciti, l’ippopotamo era grosso ma docile, l’hanno fatto entrare un una gabbiona e l’hanno portato via. Più tardi ha piovuto, si è alzato un odore buonissimo e caldo di erba e polvere, ma l’ippopotamo aveva oscurato tutto, quasi anche l’amore che provavo per quel mio amico. Anche adesso, quando penso a dimensioni che si intersecano, penso sempre a quell’ippopotamo, di cui vedevamo dei pezzetti innocui a pelo d’acqua, mentre sotto la superficie c’era una bestia enorme, che se si fosse girata di colpo avrebbe alzato un’onda mostrandoci un grande culo lucido.

Quindi anche le nuvole piccole e grandi possono essere frammenti di un angelo enorme che si rigira nell’oceano del cielo, sparisce, riemerge in un’altra posizione. Quindi come con gli ippopotami bisogna stare attenti a non essere calpestati a morte, in una tempesta, un tornado, o un vuoto d’aria.

Non riesco mai a guardare qualcosa senza pensare che sembra qualcos’altro, che sembra poi qualcos’altro ancora e così via, finché qualunque cosa è un vocabolario del mondo.
Devo anche stare attenta perché ho avuto un incidente, tre settimane fa. Mi sono addormentata al volante.
Non mi sono fatta niente, ho distrutto la macchina.

Non riesco a credere di essermi addormentata al volante.
Ascoltavo la radio e c’erano C. e N. in replica che parlavano di cinema, e io ho fatto una curva e C. parlava, N. parlava e shshshshhhhhhhhhh mi sono entrati dei rami dal finestrino. Ero ferma in mezzo a delle piante con la ruota anteriore destra sollevata, una tonda mano di gomma protesa in cerca d’aiuto.
Farò un elettroencefalogramma lunedì prossimo, ma lo psichiatra dice che c’entrano l’ansia e il sonno e dopo l’esame, se tutto va bene e lui dice che tutto andrà bene, mi cambierà prescrizione.
Così dormirò.

Io dormirei solo dopo le 5. Del mattino. E dormirei benissimo, e profondamente.
La notte invece continuo a svegliarmi, come se dovessi apparecchiare un tavolo, o controllare una fattura.
Al mattino sprofondo in un sonno comodo, accogliente, pieno di sogni.
Ci scherzo sopra, sul mio fuso orario diverso. Ho fatto delle ricerche, corrisponde all’ora di Nuuk, Groenlandia.
Sono sempre stanca, al mattino. Buttata giù dal letto e fuori dalla Groenlandia.
Ma non avrei mai immaginato di addormentarmi al volante.

Non arrivava nessuna auto dalla direzione opposta, non c’erano pali, o alberi, o muri. Cani, pedoni.
Curva, voci, rami nel finestrino, faceva molto caldo e il vetro era abbassato. La macchina era malridotta, La climatizzazione non funzionava. La vernice della carrozzeria era azzurra.

Dentro era sempre piena di libri abbandonati. Cd. Bottiglie d’acqua da mezzo litro, vuote o mezze piene.
Non aveva viaggiato molto. Era vissuta per lo più in coda, tra la casa e la biblioteca, o cercando parcheggio vicino ai locali in cui mi do appuntamento con gli amici.
Raramente si era avventurata fuori città, ora grazie a Maps aveva girato un pochino di più, ma come mia nonna paterna, o anche meno. Mia nonna non aveva la patente, ma secondo me trasportata da altri aveva girato più della mia macchina, alla fine.
Quando l’ho lasciata dal meccanico perché venisse rottamata mi sono sentita in colpa.
Ma era morta, o almeno paralizzata, le ruote storte, il muso schiacciato, il radiatore trafitto da un ramo.
Non mi è sembrato che mi guardasse con un’espressione particolare. Era composta.

Non riesco ad abbandonare nessuno, niente, nemmeno lo spirito delle cose.
Ma almeno un’auto ha la forma di auto, non di gatto o pantera, come i miei animali di pezza che sono immortali perché non sono vivi. Abitano sulle mensole di camera mia, ammucchiati a creare amicizie che organizzo, la pimpa vicino al cagnolino azzurro, il gattino nero vicino alla tigre. La renna con l’ippopotamo e l’altro gattino nero.
Le amicizie tra oggetti a volte mi sembrano più affidabili e difficili da rompere di quelle tra persone.
In realtà basterebbe buttare via la tigre, e il gattino numero uno resterebbe solo.
Ma non lo farei mai.
Lascio un pezzetto di me dentro di loro quando esco di casa. E Lascio il letto in Groenlandia, anche se ho sonno.
Poi smetto di pensarci, ma quel pezzetto è al sicuro.
Non so se c’è mai stato un pezzetto di me nell’auto azzurra.

E’ probabile. Ci ho pianto molto, guidando, o ferma ai semafori. Ho cantato coi cd. A volte sono tornata a casa, di notte, col cuore che batteva come una campana, dang, dang, felice. Ho accompagnato a casa amici che non ci sono più.
E’ tutto come qualcos’altro che a sua volta è come qualcos’altro finché non ti addormenti al volante e ti svegli fra i rami e dopo aver pensato ma cosa, e cazzo, pian piano pensi che avresti potuto morire.
Che magari sei morta e non lo sai. E questo è un mondo parallelo, in cui hai un’altra possibilità..
Che stai già sprecando, perché cosa si può fare, se non sbagliare, e sbagliare.

Oppure è questa la regola: è quando credi di far giusto che le stelle piangono, gli oceani sbadigliano, la luna si chiude come un occhio.
Addio, macchinina.

ippopotamo

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Apparizioni (16/07/2107)

 

Sono stata in vacanza una settimana. Il posto era bellissimo. Campagna, campagna, colline alberi vigneti, campi campi campi, boschi.
Per tutta la settimana ha soffiato un vento caldo e asciutto che ti levava le lacrime dagli occhi, la saliva dal palato se aprivi la bocca per dire Oh, e ricopriva tutto di polvere sottilissima.
La notte il cielo era nero e bianco di stelle.

Il mare era lì vicino, ma io ero concentrata sui campi e la boscaglia, speravo sempre di veder apparire qualche animale.
La prima sera eravamo persi su uno sterrato e così, con naturalezza, mi sono girata e c’era un cerbiatto. Lo vedevo bene, una sagoma con grandi orecchie orizzontali, armoniose e delicate come conchiglie. E’ stato fermo contro il buio per qualche secondo, poi ci siamo mossi entusiasti e increduli e lui ha scartato di lato e è sparito in un attimo.
Sembrava l’inizio di un periodo pieno di apparizioni, immaginavo la piramide di bestie dei musicanti di Brema aspettarci al notte davanti alla porta della casa sulla collina, o un cinghiale seduto sulla sdraio, con le zampette accavallate e un bicchiere in mano.Invece no: bisognava guardare, e guardare, scrutare i campi, aguzzare la vista al crepuscolo quando si sbagliava direzione e si finiva su strade bellissime e indistinguibili una dall’altra, tanto erano diverse da quelle intorno a casa mia.

Alla fine ho visto una volpe che è uscita da un campo di spighe gialle ha sgranato due occhi rossi e luminosi e con un movimento fluido è tornata dentro, venti o trenta aironi bianchi in piedi in mezzo a un campo come piccioni, un falco che scivolava sul vento come su una pista invisibile, alcuni gatti e, l’ultima sera, un geco piccolissimo.
Moltissime mosche.
Una volpe invisibile, che tutti raccontavano di aver visto avvicinarsi alle case in cerca di cibo.
Ho lasciato dei bocconcini di carne sotto il portico a mezzanotte, e il mattino non c’erano più.
Questo, se ci credi, è vedere una volpe invisibile.

Quando siamo partiti non ho visto niente, solo la strada che diventava più grande, superstrada, autostrada, ma a me pareva assottigliarsi, e un po’ mi mancava il respiro.

volpe danza

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Rebellion, Lies (13/06/2017)

geometric point

C’è una luna quasi intera incredibile luminosissima ed è come se ci passasse davanti una mandria di animali, adesso sto guardando un alce.
Sono lenti animali, smisurati, fatti di nuvole spettrali sul cielo nero.
Per un po’ ho viaggiato verso la luna poi ho girato a destra e sono andata verso nord.
Mi tremano le gambe.
I semafori sono tutti gentili e verdi.
Mi sembra di ricordare che quando ero piccola erano di un verde diverso più scuro ora sembrano caramelle verdi succhiate.
Ci sono cose come un ponte che mi rasserenano l’animo profondamente, la curva regolare, la fila di lampioni a intervalli identici, niente che opprima. Tutto ordinato ma con qualcosa di morbido.
Anche la salita verso il castello mi piace con il folto degli alberi che allungano i rami come braccini troppo corti.
Ascolto gli Arcade Fire.
Mentre il pezzo della traccia 9 cresce e cresce e cresce ma lentissimo mi fermo prima della clinica davanti ai due semafori rossi uno a destra e uno a sinistra che sembrano gli occhi di un drago e la linea bianca sulla strada la sua bocca disegnata col gesso.
Vorrei buttarmi nella bocca del drago accelerando insieme agli Arcade Fire ma aspetto che gli occhi diventino verdi e mi lascino passare ignorandomi.
È tanto tempo che non provo questo rimescolio.
Da quando è morto S non ho fatto altro che salire salire salire lentamente, come il pezzo che sto ascoltando.
Era primavera e poi è arrivata l’estate.
Io d’estate sto sempre male.
Comincio alla fine di aprile, intorno al mio compleanno, a sentirmi in ansia, e poi normalmente quando arriva giugno sono già fuori di testa e disperata.
Quest’anno il 27 aprile è successo qualcosa che rende difficile disperarsi per qualsiasi altra cosa.
Quindi adesso sono qui che sfreccio in un quadrante sconosciuto dell’universo ma in qualche modo l’equipaggio sta bene e gli scudi della nave reggono.
E questo anche se ne capisco il perché è veramente strano.

Ho parcheggiato nel cortile di casa mia.
È molto buio. Il cortile è proprio immerso nelle tenebre, tranne per alcuni raggi bianchi di luce dei lampioni che attraversano l’inferriata nei punti in cui il rampicante è meno fitto.
È abbastanza per non inciampare nel cemento sconnesso sollevato da 50 anni di radici di alberi.
Credo che se sistemassero questa pavimentazione piangerei per due giorni.
Quando ero piccola pensavo che il tombino che sta al centro fosse profondissimo.
Che se la grata di ferro avesse ceduto saremmo sprofondati nell’acqua sporca e finiti chissà dove.
Quando pioveva l’acqua ribolliva e sembrava che potessero emergere dei mostri viscidi. E non so, mangiarci.
Era bello.

Il silenzio fa un rumore strano, un fruscio nell’orecchio sinistro.
Spesso penso che vorrei avere stati d’animo più stabili.
Stasera sono contenta che mi stia visitando la pazzia in questo modo così delicato e dolce.
La luna gli animali di nuvole gli alberi e i semafori, il buio.
Il mio orecchio sinistro che sente il silenzio.
Mentre il destro non sente niente assolutamente niente.

Poi dormo. Con lo Stilnox. Passano cinque giorni.
E stanotte rifaccio la stessa strada, quasi alla stessa ora. La volta scorsa tremavo. Ora no.

Penso: c’è una certa dolcezza nell’essere prevedibili.
Nel rifare la stessa strada nello stesso buio per la terza estate di seguito ma con più leggerezza e meno dolore.
Anche cinque giorni fa guidavo su questa strada di notte ascoltando lo stesso disco di Arcade Fire.
Penso: è da tanto tempo che non mi sento più a mio agio con nessuno.
Solo a volte con me stessa.
Fino a pochi anni fa con me stessa ero sempre a disagio. Me ne stavo chiusa in camera e nel mio corpo come in un baule. Hai mai provato a sentirti schiacciato dal tuo corpo?
Come se la sensazione di esistere fosse sbagliata, storta.
Adesso a volte mi rilasso dentro di me come in una poltrona.
Era davvero tanti anni che non mi capitava un’estate in cui non sono completamente fuori di testa
E’ una bellezza. Pensare chiaramente. Avere dei progetti.
Vorrei solo riuscire a respirare più profondamente.
E naturalmente un po’ di ansia l’avrò sempre, vedrò sempre in una foglia che rotola sulla strada un animaletto indifeso pronto ad essere schiacciato dalle mie ruote.
È un’illusione che dura mezzo secondo e il sollievo di riconoscere un oggetto inanimato mi dà sempre un piccolo sobbalzo di gioia.

Adesso provo ad elencare le cose che mi danno gioia mentre sono ferma al semaforo rosso:
dunque
niente, il semaforo è verde e io imbocco la salita.
C’è un punto sotto il colle in cui si sente un’aria completamente diversa gelida anche in agosto.
Quando la attraverso comincio ad arrivare a casa anche se manca ancora qualche chilometro.

Ho rimesso la traccia 9 del disco degli Arcade Fire.
Comincia con un basso e un piano che mi fanno credere che possa succedere qualcosa di meraviglioso. Che forse stia già succedendo.
Dunque:
cosa mi rende felice ora?
Una volta ai primi posti della mia lista ci sarebbero stati sicuramente la musica e il sesso.
E l’amore certo l’amore sarebbe stato al primo posto.
La canzone dice: dicono che moriresti più velocemente che senz’acqua ma tu sai che è una bugia.

Premo il tasto del telecomando, aspetto che il cancello si apra.
Ecco adesso quello che mi rende felice è il momento in cui mi rendo conto che sono sola e non sono infelice.
È strano. Come rendersi conto per qualche momento che la luna esiste veramente ed è lontana centinaia di migliaia di chilometri, che siamo sul bordo di una galassia immane in un cluster di galassie che non riesco a immaginare ma di cui riesco a percepire l’incomprensibilità.
Ecco, sentire quel punto senza altezza larghezza profondità in cui esisto è una gioia che non assomiglia alla gioia, ma che incredibilmente non cambierei con la gioia.

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La brioche segreta (13/08/2016)

brioche

Nella borsa degli utenti ci sono cose nascoste, che rotolano fuori mentre cercano la tessera della biblioteca..
Poco fa una brioche dentro un sacchetto, appiattita come una lasagna. La signora l’ha rimessa al sicuro con un movimento furtivo, reso velocissimo dall’imbarazzo. Ma io sono felice se i miei utenti mangiano le brioches. Se vanno in bici, passeggiano al parco, vanno in piscina (purché non facciano cascare i libri in acqua per poi riportarli tutti ondulati giurando che erano “già così”).

Sono qui che lavoro sola, un lusso che da molto non mi concedevo.
E’ sabato, sono poche ore, la mia difficoltà a parlare (mandibole serrate, zero saliva) non si nota quasi, e anche la difficoltà a guardarli negli occhi. Faccio forza su un sorriso che si apre a fatica, come una sedia da picnic incastrata, e finora ogni volta con un clac silenzioso finisce che ci guardiamo negli occhi e io sorrido. E mi sembra che l’equilibrio di questo posto ovattato venga preservato.

Io qui, mi guardo intorno, più di ventimila libri, mi sento una traditrice, fatico a leggere, leggo pochissimo e mi sembra di spingere un trattore in salita. Cos’è successo? E’ successo quello che succede al cervello quando si ribalta come una borsetta e esce tutto fuori, e poi uno cerca di rimettere dentro tutto velocemente quando invece forse fare con calma e cercare un posto, una tasca o una taschina per sistemare tutto in un ordine ideale sarebbe meglio.

Anche se non so. Ho deciso di tenere i miei tre fondamentali mazzi di chiavi – casa, macchina, biblioteca – tutti insieme in un astuccio azzurro, visto che passavo un sacco di tempo a cercarli negli angoli della borsa. Continuo a perderli comunque, perché non sempre la mia mano riesce a ricordarsi quando sfila la chiave dall’accensione di non buttarla dentro la borsa a caso.
E ora che le cerco nell’astuccio mi innervosisco in modo diverso, con una sfumatura di delusione. Non sono all’altezza del mio microprogetto.

E dalla mia enorme borsa continua a cadere di tutto.
Telefoni. Portafogli. Pupazzetti. Documenti.
Nella mia borsa vorrei entrare io e rannicchiarmi e dormire, e riempire esattamente quel vuoto tra le cose, e siccome io non mi cercherei nessuno mi troverebbe.

E tutto questo, questa stronzata, questo vuoto, la mia faccia che non funziona, è perché non sono innamorata. Di niente. Tac, mi si stacca la vita di dosso. Io voglio crederti, William Butler Yeats, quando mi ricordi che il mondo è pieno di robe magiche che aspettano pazienti che i miei sensi si affinino. Ma il senso dell’amore, quella cosa lì, il piccolo nocciolo nucleare che mi fa funzionare, è freddo, spento e decaduto.
Ecco perché invidio la brioches della signora, tutta spiattellata, il suo piacere segreto rimandato a un dopo che presumo breve e dolce.
Perché non riesco ad immaginare nessun piacere segreto. E quando la mente si cancella così, e diventa bianca, e desidera altro bianco, ecco lì io sosto e mi impaurisco.
Il fatto che passerà, e proverò qualcosa, magari di dolce e bello, anche per un bigné alla crema, non riesce ad uscire dalla classe dei pensieri bravi, quelli razionali. Nella classe buia dei casi difficili coi banchi in penombra scritti e graffiati tutti stanno mormorando: non c’è ritorno, dormi, dormi.

Ora chiudo. Per una settimana.
Dormite anche voi, libri.

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Le Perseidi (12/08/2016)

mappacielo

Non riesco a dormire, stanotte. Mi vengono in mente tante cose, e ora lo scheletro del gattino morto che ho visto oggi pomeriggio. Stavamo lasciando da mangiare nel posto speciale quando A. ha fatto yuuuuuh e io mi sono avvicinata e ho visto i denti, le costole, e per il resto poteva esser un ammasso di foglie secche lasciato dal temporale. Stanno morendo i gattini della colonia, sono solo fiera di averne salvato uno, Mosé. Mosè aspetta di compiere i mesi giusti ed essere adottato. E’ buono, tigrato, si è battuto come un pazzo per non lasciarsi catturare, ho portato i segni sulle mani per settimane. Ero fiera anche di quelli.
Per gli altri, specialmente per i due amici, il nero e il grigio, non posso fare niente, Cibo, acqua, inutili trappole.
Mosè è la mia moneta d’oro.

M. mi ha mandato la foto di un’insegna luminosa. E’ rossa e dice Hotel Derby. Quando avevo 4 anni sono stata al mare con mia zia, mia nonna e la mia cuginetta di un anno. Mia madre era a casa con mia sorella appena nata.

Retrospettivamente, non penso di essere stata molto contenta, anche se la mia mamma mi mandava una cartolina ogni giorno, di paperi e cenerentole, che conservo ancora. Alcune scritte fitte fitte. Io amavo il mare, ma strategicamente essere lontana da casa mia che conteneva un’altra bambina forse mi impensieriva. Siccome però ero una bambina buonissima, niente è trapelato. Ma ho un ricordo di quella vacanza.

Anche se mi avevano detto di non allontanarmi mi ero allontanata dall’ombrellone per pochi metri ed ero scesa a riva a sciacquare qualcosa (una paletta? Una conchiglia?) e quando sono tornata indietro devo aver sorpassato le nostre sdraio senza accorgermene, e come fanno i bambini ho camminato.

La soluzione doveva trovarsi a un certo punto di una linea retta e io ho continuato a camminare sulla spiaggia, nella stessa direzione chiaramente sbagliata, ma forse no, saranno state le cinque, io mi giravo anche a guardare alla mia sinistra perché mi avevano insegnato che per trovare l’ombrellone dovevo vedere dietro la pineta l’insegna dell’Hotel Derby. Che io vedevo, ma da un punto tutto sbagliato, e non capivo se dovevo spostarmi io oppure sarebbe bastato muovere la testa per guardare da un’altra angolazione e sarebbe andato tutto a posto. Ho camminato tanto tanto cercando di non piangere, ma quando un ragazzino che giocava a bocce mi ha dato uno spintone sono crollata. Se penso a quanto ero piccola mi spavento. Devo tornare qui, grande, e pensare che siamo fatte degli stessi circuiti, anche se le molecole che ci compongono sono già state sostituite più volte.

E infatti la bambina bionda con la coda di cavallo mi ha trovata e mi ha portata dal bagnino, e attraverso l’annuncio che ogni volta ammutoliva la spiaggia per una frazione di secondo – sembrava a me, in ogni caso: bambini perduti! – mia zia mi ha recuperato.

A me la storia era sembrata durare ore, sono state probabilmente decine di minuti, ma tornate nella stanza dell’albergo piangevamo tutte abbracciate, e io ripetevo in modo che persino allora mi appariva insensato Non Lo Faccio Più.

Lo dice mia madre, ero una bambina così buona. Non sapevo che si potesse desiderare di farla pagare a qualcuno. Sono ancora così: le mie fughe sono patetiche. Le ragazzine coraggiose e altruiste nei libri mi conquistano immediatamente.

Adesso per dormire ho preso troppo sonniferi. In sovrapposizione, ogni volta un po’ più esasperata della volta prima. Poi mi sono ricordata che si può anche morire dimenticandosi di aver già preso dei farmaci per dormire e allora mi sono messa a scrivere: dell’insegna rossa Hotel Derby, il mio Twin Peaks adriatico, inutile grottesco simbolo di un riferimento per non perdersi mai, e del lo scheletro del gattino, che era così simile a niente. Avrei pianto volentieri per il gattino, se ci fossi riuscita. Credo mi sarei sentita più leggera.

Invece sono solo nervosa, per l’insonnia, per la mia debolezza di questo periodo, per le pillole che non funzionano ma ti distruggono, per la mia sconclusionatezza.

E non ho visto neanche una stella cadente. Stanotte c’erano, ma tanto io non le vedo mai, o quasi. Forse mentre sono qui in camere col pc acceso fuori staranno piovendo, le perseidi.

 

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Nel temporale. (10/08/2016)

lightingstorm

Lux è sparita. Siamo tutti preoccupati.

Non sappiamo nemmeno se è uscita nella notte che circonda l’albergo. Non è una notte naturale, è il mondo dentro un teschio, il mio. Davanti vedo dei pini marittimi e una strada con negozi chiusi che si perde nell’oscurità, dietro c’è la pineta e poi il mare, non so quanto sia lunga la spiaggia, ma ci puoi camminare per ore… intorno come un grande Grigio c’è il nulla, il non necessario. Magari Lux c’è cascata dentro.

E se invece si è chiusa da qualche parte, in cantina, in soffitta? Il golem scuote la testa, niente in cantina, e sotto il tetto Cage dice che non c’è, ma possiamo fidarci?

Qualcun altro dovrebbe salire in soffitta, Non ci piace la soffitta.
E io dovrei decidere chi.
Io, la navigatrice.

Sono senza faccia, Cioè, ce l’ho nel mondo esterno, qui dentro no. Sono una che sta sempre di spalle, o con la faccia nascosta dalla penombra, o dal cappuccio di una felpa. Non so perché. Forse ho anche delle maschere, bianche, nere, verdi e oro. Tutte quelle che voglio. Dovrei provare: teste di animale, lettere dell’alfabeto, ma non la mia faccia.

Se penso alla mia faccia, mi viene in mente la morbida buccia verde con cui il papavero l’ultimo giorno custodisce i suoi petali spiegazzati di seta rosa cupo. Pronta a spaccarsi, e a rivelare il suo tesoro.
Il papavero può farlo una volta sola, poverino

E’ stato il vento, penso, che l’ha fatta uscire. Così impetuoso. Fa sbattere ogni imposta, sbatacchia gli alberi, in pochi minuti tutte le stelle sono scomparse sotto una coperta nera e pesante di nuvole, ma non capiamo quando arriverà la pioggia. Domattina, forse.
Difficile dormire, senza Lux

Nessuno se n’è mai andato dall’Albergo, si arrivava solamente, le creature si presentavano alla porta, si svegliavano in un letto, brontolavano in fondo a un corridoio buio. Io osservo e ascolto. Ricordo i loro nomi.

Qui, faccio le domande. O sogno. Sono quella che incontrate per strada, insomma.

Amo questo mondo nella mia testa, un mondo di creature che sono tutte me, e mi fanno vedere quante cose, miliardi, ci sono qui dentro, in questo posto che era un buio informe e morbido in cui odiavo stare, che mi dava la nausea. Adesso c’è un albergo, il mare, e loro. E io mi sento io. Come se mi fossero venute le mestruazioni, o mi fossero cresciuti i capelli. E mi è più difficile sentirmi sola.

Per far questo forse ho accettato di essere la parte nascosta dello specchio, l’interno della sua lamina lucente. Sono il piombo, quel che non riflette, la membrana che separa un mondo dall’altro.
Sono leggermente fuori, credo.

Sto riprendendomi dagli effetti collaterali di un farmaco dal nome rassicurante che però ad un paziente su dieci da effetti collaterali brutali. Tra quelli che sperimentavo io c’era angoscia intensa, confusione, incapacità a concentrarmi su qualunque cosa e agitazione simile ad un inizio di morbo di parkinson. Io ero uno dei dieci.
Mi piacerebbe incontrare gli altri 9.

Adesso mi hanno cambiato cura. Pian piano il circo dei sintomi si calma, e la notte con 15 gocce di questo e mezza pastiglia di quello dormo. Un po’.

Ho trovato un biglietto di Lux, stamattina. Dice Ve l’Avevo Detto.

Credo di capire cosa intende: Lux vuole emozionarsi. Vuole divertirsi, e ballare, e drogarsi. E se capita baciarsi e toccarsi con qualcuno, o finire a letto, e ridere la mattina, e fare colazione con la brioche alla crema. Vuole essere stupida. Serve più stupidità qua dentro.
A me Lux piace, e si è scelta un nome così squisito, come un bocciolo luminoso che si apre. Lux magnolia.
Se c’è una che non ha paura di andare ad esplorare il Grigiore, è lei.

Avrebbe preferito andare a ballare, forse.

In riabilitazione si nascondeva tra due cespugli e ballava con le cuffie Jay Reatard: BLOODVISION!!!!!!!
Ballava scomposta, solo felice di sentire quel legame assurdo con un musicista morto, di essere invisibile in mezzo ai lauri, di essere viva di mattina presto.
Questo lento riprendersi non fa per lei.

Però ti aspetto Lux. Lo so che torni. Io e te siamo vicine così, come indice e medio. Tu sei ovviamente il medio. Pauline dice che in soffitta non ci sei davvero, ma che qualcuno ci va a leggere perché ha trovato un sacco a pelo e una lampada arancione, degli anni 70. Sopra il sacco a pelo, due scatole di biscotti al cioccolato.
Il resto della soffitta sembrava tranquillo. Non faceva più paura come Gormenghast.

Lux deve aver spostato il buio fuori, se l’è portato dietro come un palloncino legato a un filo.
E adesso me la immagino che cammina con le mani in tasca bellissima androgina vestita di bianco coi pantaloni di pelle e una maglietta di Tin Tin e l’oscurità l’accoglie, e lei la illumina da dentro come un temporale.

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I mostri gelatinosi di Nuuk (03/04/2016)

 

NOOK

Quando sto male, passo su un altro fuso orario. Quello di Nuuk, Groenlandia.

Se di solito fatico ad addormentarmi prima di mezzanotte, sul meridiano di Nuuk fatico ad addormentarmi prima delle quattro.

Qui in Groenlandia la sveglia delle sette delle vostra ora locale mi sveglia nel cuore della notte come un bombardamento, o un terremoto.

Ora sto probabilmente sempre male, perché non solo passo metà giornata in coma ma mentre me ne sto insonne seduta sul letto mi torco le mani. Non mi va di fare niente. Prima guardavo un sacco di serie tv, per esempio: adesso le trame mi angosciano e le narrazioni lunghe mi esasperano. Leggere è anche peggio: non riesco a concentrarmi su una singola frase, a metà della prima pagina sono già annientata.

Sono io? E’ la medicina nuova? E’ la fine?

Ho veramente paura, perché la noia, così ansiosa e ottenebrante è una novità per me. Un mostro gelatinoso e soffocante da cui non so come difendermi

Stasera sono uscita un’oretta, poi sono tornata a casa e ho visto l’ultimo episodio, con molte interruzioni, di Stranger things, poi ho scritto, ho provato, ma niente, leggere mi sono arenata a metà pagina di un fumetto, poi ho girato, ho fumato, ho cercato di non prendere lo stillnox, e invece adesso l’ho preso e domani sarò un cadavere per ore ed ore.

Ma sono piena di una rabbia così incontenibile, sono furiosa, furiosa. Sono sola e sono furiosa. Mi annoio. Io non ci sono più. Un altro non c’è. Io qui nel vuoto nel nero e fuoco di una rabbia senza parole, le parole sono tutte andate, evidentemente.

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Growl (31/07/2016)

ahnf ahnf
eccomi!
io sono qui sono un mucchio enorme di fango e argilla sono grosso sono grossissimo e pesante
growlrghhhhrl….. ( e le pareti il pavimento tremano) wokkkkkkaowadakkjfàfjàkkkkkhkhkhhpowefv powfpàwokhkhkhkefàp ogrrrrrrwj gàoijgàkh oijàojgjhjhjhjhggggrrràoajgàoj… non vuol dire niente maledette divinità del caos mi manca il linguaggio penso ma non so dire solo ogni tanto mi escono una parola due come un afasico in una giornata di culo
vi invidio le parole
vivo in un buio privo di significato solo Muro Duro Sbattere Abbattere Sfondare Calpestare Distruggere
Dimenticare
Ricominciare
le formiche fanno vite più interessanti

prima ero qualcuno qualcun altro poi non più era meglio era peggio sono arrivato qui sono stato solo a lungo era peggio era meglio
forse anche adesso sono solo ma sento le voci che mi parlano
a volte qualcuno mi picchia ma poi piange
ha pugni e piedi piccolissimi
quando affonda la faccia nella mia pancia fredda e informe di fango lascia un’impronta al negativo
le lacrime mi pungono come acido
poi sono di nuovo un mucchio informe di argilla e grugnisco e spacco tutto

vorrei farlo per difendere qualcuno
una volta almeno
sentire che le mazze alla fine delle mie braccia abbozzate pestano per una ragione che persino io capisco essere migliore della mia vita intera
sono l’energumeno il golem il mostro mi chiamano così loro ma con una voce dolce e io farei qualunque cosa per quella dolcezza.
Non so se ne sono capace non so se esisterò domani anche se esisto da tanto
da prima delle parole non so sento la dolcezza capisco lo zucchero e il miele
capisco vedere e guardare il blu per esempio che è bellissimo
ma la cosa che so fare io non è quella è picchiare
picchiare picchiare picchiare fortissimo
annientare
cancellare
impedire le cose

Ora vivo qui
mi hanno lasciato una stanza da distruggere per settimane e mesi poi è arrivato il bambino che mi picchia ed è stato un sollievo.
ora mi accettano tra loro quando parlano mi guardano, qualcuna sorride io a volte faccio no con la testa o sì
posso anche dire growl con molte sfumature ma afjowigjèkhkhkhhkwnoiutberyèo iaynoitauèeoitueokhgrgrgrgrrghikhtuè no ridono
è far ridere è bello bello bello
Bello dico e tutti mi guardano

golem

 

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Eccomi (28/07/2016)

Ero in garage che facevo passare scatoloni di fumetti quando è cominciato: una cortina grigia di pioggia così fitta che non vedevo il giardino a pochi metri. Sono rimasta lì un bel po’ accovacciata a sfogliare riviste, spolverare copertine, cercare di costruire sequenze di episodi, e anche se la schiena dopo un po’ mi faceva male stavo bene. Proprio bene. Persino la polvere, di tre tipi: quella dei libri, quella del garage, più gessosa, quella alzata dal temporale e soffiata nel garage, profumata di estate – mi piaceva, annusavo soddisfatta, impilavo, lisciavo, sbirciavo una pagina qua e una là.

Sono stata un mese in una riabilitazione psichiatrica, era come stare in un convento. Vita comunitaria, piccole incombenze, vuoto. Mi hanno cambiato farmaci. Prima stavo male, ora sto malino. Anche fuori di là, sto continuando a sentire il mio psichiatra per adattamenti di dosi e orari, per ingannare e depistare gli effetti collaterali. Che erano a 10 mg agitazione incontenibile unita a un rincoglionimento così spaventoso da farmi pensare che non dormivo mai, ma non ero neanche mai completamente sveglia. Era un po’ come agitarsi in una pozzanghera, ad essere un pesce.

Ora è ancora tutto così, ma sopportabile.

Poi magari si affievolirà tutto, tranne me, spero. Mi dispiacerebbe perdermi in un una pozzanghera poco più profonda, e inventarmi che è il mare.

La cosa tremenda è che non riesco a leggere. Le narrazioni di più di poche righe mi intontiscono. Mi perdo.

Mi sento furiosa. Ma anche piena di paura.

E’ così dunque? Un’officina perenne, una riparazione che non ha mai fine?

Ho bisogno di leggere. Credo. E di scrivere. Ma se non ci riesco, dovrò pensare. Tremendo.

Così strano, senza i trenini pazzi dei pensieri ossessivi. Così fermo. Io e questa io. Mi sembra di dover usare muscoli che ignoravo. E magari non ho. Il linguaggio mi ha sempre fatta sentire innamorata. Adesso questo potere mi indebolisce, perché è faticoso. Posso lavorare con pochissime parole, brevi pezzetti di storie, immagini piccole.

Dentro la mia testa, è un cineforum un po’ noioso, al momento.

Quindi eccomi temporale. Spaccami, inondami, ribaltami, fammi paura, scomponimi, fammi ridere. C’è una parola facile che non voglio perdere, mai, me la tatuo piuttosto. La penso fortissimo: Eccomi!

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Cage: Pollicino & Manta Ray (22/07/2016)

Orco di Pollicino

Cage è scesa dalla soffitta.

Cage è fatta di stoffa. Così sottile che anche da vicino sembra pelle vera solo più liscia e uniforme. Potrebbe ingannare chiunque se non avesse invece degli occhi due bottoni cuciti da un invisibile filo di seta. Sono bottoni verdi e scintillanti bottoni gioiello scuciti da un abito elegante.
Se mette gli occhiali da sole invece ti frega.
Fino a stasera viveva nella soffitta.

Chi ce l’ha messa? Era sveglia Si annoiava? Sognava?
Ehm…
(si schiarisce la voce)
Guarda che scendevo quando volevo.
Ha la voce frusciante come broccato azzurro e tutti si siedono si accovacciano si accoccolano ad ascoltare

C’era una volta un bambino piccino piccino.

Era proprio piccino come un pollice così. Eppure era il più intelligente dei figli del boscaiolo. Anche se a pensarci doveva avere un cervello minuscolo.
Ma brillava come una scintilla.
C’era la carestia che è come una crisi economica ma dei poveri. Non c’era più niente da mangiare. Proprio niente. La famiglia del boscaiolo il papà boscaiolo la mamma casalinga e i sette bambini stavano morendo di fame. Erano magri scannati.
E vedere morire di fame dei bambini è una pena.
Così i genitori una notte si misero a parlare alla debole luce dell’ultima candelina e decisero di comune accordo di mangiarseli.

Silenzio. Beth sbuffa Soobie geme la bambina volpe è un criceto con la coda folta e rossa.
Non è vero dice con calma Beth Questa te la sei inventata tu. Antipatica.
E’ vero scusa – Cage sospira e tutti i fiori sul davanzale si girano verso di lei e sospirano e un profumo di prima estate si stende su tutti loro. Un velo lavanda un ricamo bianco e limone e le rose sono d’argento.
Beth Soobie e la Bambina si rilassano e si addormentano. Beth scivola in un dormiveglia piena di colori ipnagogici gli altri due si addormentano profondamente ma ascoltano dalla stanza buia e confortevole di un sogno condiviso. Sulla pancia di Soobie la Bambina riprende lentamente le dimensioni di un neonato umano.

Nel passato è successo un sacco di volte cosa credete? Comunque

in questo caso avete ragione i due genitori si accordarono per allontanarli lasciarli nel bosco a morire lontani almeno dai loro occhi sofferenti e angosciati.
Questi stronzi.
Soobie sorride nel sonno.

Insomma si organizzarono così: diedero loro una cena cucinata con tutto il cibo rimasto in casa poi dissero: Bambini andiamo nel bosco a raccogliere legna che è finita.
I bambini più grandi obbedirono di buon grado con le loro pancine piene ma Pollicino che essendo minuscolo aveva sentito tutto senza essere visto sulla soglia raccolse una manciata di sassolini bianchi che infilò in tasca.
Poi con il papà e i sei fratellini si incamminò nel bosco mentre le ombre calavano.
E insomma quando venne notte i bambini si accorsero che il papà non c’era più da nessuna parte. Chiamarono si sgolarono ma niente.
Quando anche i più grandicelli cominciavano a piagnucolare Pollicino salì in piedi su un fungo rosso a pallini e disse Niente paura la so io la strada.

E li condusse a casa seguendo a ritroso la pista di sassolini bianchi che all’andata aveva lasciato cadere ad intervalli regolari dalla tasca e che ora sotto la luna brillavano come perline di ghiaccio.
Oh ma sono fuori? Chiede Soobie con la voce del sogno
Chi?
I loro genitori
Mah … per i tempi no non tanto.
Comunque quando tornano a casa i 7 bambini i genitori sono contenti abbracci baci poi il papà aveva trovato un lavoro da un ricco signore locale e guadagnato un po’ di soldi.
Beth mormora così minestra collettiva carezze sulla testa e la notte magari quei due dementi hanno concepito un altro figlio nella gioia. E si gira su un fianco. Il gatto fantasma salta sul divano e si accoccola sulle sue ginocchia ossute di ragazzina magra.

Ora viene il peggio perché dopo qualche settimana di nuovo non c’è più da mangiare e i genitori soffrono e così seconda spedizione notturna nel bosco dei 7 bambini. Stavolta nessun preavviso e niente cena speciale solo un pezzo di pane secco e Pollicino che lo chiamano così perché come altro vuoi chiamarlo Guidalberto? Invece di mangiarlo con lo stomaco minuscolo che geme per la fame lo sminuzza in pezzettini e se lo lascia alle spalle sperando di poter nuovamente ritrovare la strada di casa.
Quella è casa per loro. Tutti e 7.

Dormite bambini.
Come finiva poi?
Dormi Soobie io non so se ho il coraggio di andare avanti.
Dormono ascoltano sognano lei che parla e il sogno è di un blu offuscato, un colore da manta ray che passa e li illumina con la sua ombra.

Allora

Allora Pollicino quando le ombre si sono addensate come inchiostro e la luna è tramontata ed è inverno pieno ma senza neve un inverno arido marrone e spelacchiato tranne che nella foresta che pullula di lupi cerca i suoi briciolini ma si accorge che non ci sono anzi vede un uccello nero e piccolo frullare via e nel suo becco brilla una crosticina di pane scuro quello della sua ultima cena.
E allora Pollicino zittisce i fratelli che hanno capito. E dall’alto del fungo su cui è salito per farsi vedere meglio ma inutilmente è un po’ la vocina di uno spirito la sua dice Coraggio ora salirò sulla cima di quell’abete e Cercherò.

E agilissimo si arrampica fino in cima e sbuca in un vuoto improvviso pieno di notte nera e emerge una lucina. E’ una finestra lontanissima. Pollicino leggero come una manciata di aghi si lascia scivolare lungo i rami dell’abete e raggiunge i fratelli sale sulle spalle del più alto e dice Seguitemi

E come un leader antico un leader di scioperanti di affamati di rivoltosi Pollicino inizia una lunga marcia nel buio e si sentono i lupi gli uccelli notturni e le foglie morte scricchiolano sotto i loro piedini e alla fine appare una finestra illuminata e una casa e dentro la casa una mamma. Che prepara la cena.

Toc toc
Zitto Soobie ascolta
tooc tooc

e va bene proprio così hanno bussato e la donna che li ha fatti entrare si è intenerita e li ha fatti sedere al tavolo immenso e ha lasciato che affondassero le mani nei vassoi pieni di carne e patate e pane e polenta e formaggio e frutta! frutta in pieno inverno a inculandia! Gli abitanti di quella casa erano ricchi.
E poi ha detto nascondetevi perché mio marito è l’orco e ora torna e vorrà mangiarvi.

Vedi sono gli orchi che mangiano i bambini mormora Beth semiaddormentata ma combattiva
Certo Bettina

Infatti la donna li porta di sopra e ci sono sette lettini vuoti e sette lettini occupati in quelli occupati dormono le 7 figlie dell’orco.
E la donna è la loro mamma .
Sono orchette? Sono bambine? Sono orchette bambine e dormono e su ognuna delle loro teste c’è una coroncina.
Pollicino e i fratelli tremando si infilano nei 7 lettini vuoi e si calano i cappuccetti di lana sulla fronte giù fino alle orecchie e restano al buio a trattenere il respiro e a sentire i loro cuori che rimbombano.

Poi pim pum pam l’orco arriva mangia un po’ della sua cena poi Sniff Sniff….
ANNUSA
>e dice qualcosa una stupida filastrocca infantile che serve a chiarire che sente odorini di bambini ed è chiaro che vuole mangiarseli e se li mangerà proprio tutti
Non ci sono bambini amore dice la donna intanto ma lo sa anche lei come finirà. E quando lui sale di sopra non lo segue resta in cucina e si tappa le orecchie e non vuole sentire almeno non sentirà almeno ha riempito una ultima volta le loro pancine affamate

Ma Pollicino è un grande e ha scambiato i loro 7 berrettini con le 7 coroncine d’oro e gemme. Così l’orco al buio per non svegliare i piccoli addormentati tastando i cuscini accarezza le crapine incoronate delle sue bambine e taglia la gola alle sette personcine che calzano i berrettini di lana quindi scende fischiettando e si da una lavata e forse chiede alla moglie di preparargli quella cena sostanziosa.
Ma quando lei sale.

Soobie si tappa le orecchie completamente sveglio la Bambina soffia come un gatto solo Beth nel suo vestito rosa spiegazzato resta sdraiata con gli occhi chiusi sulla poltrona enorme azzurra di velluto polveroso e un po’ consumato resta lì e serena aspetta la fine. Ci saranno stivali delle sette leghe e tesori e il rientro a a casa quella vera.

Un finale schifoso pensa

I bambini dovrebbero andarsene lontano a vivere da soli coi loro tesori e gli stivali delle 7 leghe e non tornare mai, mai più.

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