Bibliotecaemo: Seppellitemi con i miei stivali (23/05/13)

Lunedì ero a Torino e ho incontrato alla fermata del bus il mio amico S, quello con cui faccio le trasmissioni alla radio. Abbiamo preso il 18 e siamo andati al salone del libro.
Il lunedì è, di solito, il giorno libero dei bibliotecari. E’ la nostra domenica. Il sabato mattina andiamo a lavorare devastati, a volte dopo aver dormito due ore, e consegniamo e incassiamo libri con un sorriso gentile e l’emicrania, ed essere gentili con tutti ci costa anni di vita. Ma il lunedì, cazzo, il lunedì mentre il mondo si sveglia ed esce nella pioggia noi facciamo colazione a letto, a volte leggendo un libro, a volte guardando qualche puntata di una serie tv. A volte andiamo a correre. Poi, andiamo in radio, perché io sono idiota e nel mio giorno libero faccio lavoro volontario in una radio.
Non sono idiota, scherzo. Mi piace moltissimo. Ma a volte vorrei davvero restare a letto per sempre.
Quel lunedì comunque il cielo era azzurro come smalto sopra Porta Palazzo mentre io e S., invece di essere in radio a trasmettere, andavamo a prendere il bus. Lui, organizzato, aveva portato un trolley. Io avevo una borsa enorme che era già pesante a quell’ora del mattino. Non so come potessi pensare di infilarci dentro anche il materiale del salone.
Il bus era strapieno, ad un certo punto una signora stranissima ha anche urlato con voce rauca perché il conducente non aveva aperto le porte per farla scendere. Era un urlo agghiacciante uscito da una tragedia di Eschilo, ho cercato tra le teste quella della donna, ed era una normalissima signra del sud, piccoletta, in pantaloni e giacchetta. Torino per me è piena di fluido magico, mi aspetto di tutto. Ho seriamente pensato di andarci a vivere per un po’, poi le cose sono cambiate. Ma continuo ad amarla lealmente, con tutto il cuore.

Mentre camminavamo verso i padiglioni della fiera S mi aggiornava sui tre giorni precedenti. Lui aveva fatto il suo dovere di redattore di F, la nostra trasmissione, con dedizione incrollabile. Aveva preso contatti, scambiato biglietti da visita, ricevuto libri in dono, promesso interviste. Non so come si reggesse ancora in piedi. L’ho aspettato fuori mentre mi procurava un ingresso gratuito e poi siamo entrati insieme.
Poi: se ci siete stati sapete com’è, se no provo a descrivere.
Ci sono tantissimi espositori, e sono organizzati come in un accampamento romano, per file ordinate. In alto i cartelli dicono G4, D2, così sai dove sei. Ci sono case editrici enormi, e case editrici minuscole, e poi ci sono entità strane, tipo la polizia di stato. Cosa espone? Non lo so, ho cercato di sbirciare passando, ma non ho capito. Fantasticavo che fosse un punto d’arruolamento, come quelli dell’esercito e dei marines negli Stati Uniti. Immaginavo lettori spaesati che venivano convinti a firmare e si ritrovassero in manifestazione a manganellare quelli del book block, magari con lo scudo di cartone della copertina del loro libro preferito.
Lo so che la polizia non fa solo quello, eh. Ma lo fa troppo spesso.
Comunque, gli espositori sono editori, di norma. La vicinanza è dettata, credo, dal caso, quindi libri diversissimi tra loro sono accumulati a poca distanza.
Il rumore di fondo è una zuppa che lentamente ti satura il cervello.
Non puoi sederti praticamente in nessun posto. Noi dopo ore abbiamo sfruttato la location dell’intervista che S aveva fatto a Mikael Niemi e ci siamo seduti nello stand dell’IKEA accanto ad Iperborea. Non volevo alzarmi mai più. Mi sentivo un po’ in imbarazzo e ho fatto i complimenti alla standista per la stoffa dei paraventi, una fantasia di foresta con alci fucsia molto carina.

Abbiamo fatto il giro degli editori che ci mandano i libri in radio per la trasmissione. Ho stretto mani, ho chiacchierato di novità editoriali, ho sfogliato cataloghi. Ho incontrato di persona le voci che sento al telefono, quando concordiamo le interviste. L’editrice Z, con un catalogo spettacolare pieno di libri balcanici, per esempio, si è rivelata adorabile. Così pure l’editrice A, che ha da poco pubblicato Crampton Hodnet, l’unico libro di Barbara Pym che non avessi letto. Me ne ha regalata una copia e ci siamo accordate per un’intervista lunedì prossimo.
Ho stretto quel libro tra le mani come se fosse un panino e io fossi un fuggiasco morto di fame.
Com’è aggirarsi per un’esposizione come quella per un bibliotecario che da due anni non ha soldi per comprare libri?
E’ follia.

E’ come per un ex tossico andare al parco, e smaniare quando da lontano intravede il suo vecchio pusher.
E’ come essere stati mollati da qualcuno e vederlo uscire da un posto con la sua nuova ragazza.
E’ come correre dietro a un treno che sta partendo, come essere vicini a un’esplosione, è come stare chiusi fuori di casa in pieno inverno, come per Batman essere sconfitto dal Jocker, è come tutte queste cose e, giuro, qualcosa di più. Un senso profondo di inutilità, di desiderio, di rabbia, di paura del futuro.
Cosa succede a una biblioteca senza libri nuovi? Prima o poi, muore.

E io ero lì, circondata da montagne di libri.
Mi ricordavo di quando andavo dai fornitori e sceglievo le nuove acquisizioni. Di come prendevo il libro, lo sfogliavo, leggevo qualche riga, guardavo il retro, la bio dell’autore sul risvolto, poi dicevo, ma no, oppure ma sì, proviamo.
E il mio carrello perché avevo un carrello, come al supermercato, si riempiva.
Poi quei libri finivano in mano alle persone. E a me, ovviamente, che per prima leggevo quelli che mi sembravano interessanti, e poi li proponevo, al banco del prestito, alle persone che pensavo potessero apprezzarli.
Na-na-na-na-nanna, quelli eran giorni (canzone russa).
Mentre parlavo con gli editori, e prendevamo accordi per le presentazioni della festa della radio quest’estate, mentre mi regalavano libri per la trasmissione, e io spiegavo che poi sarebbero finiti in biblioteca, mentre infilavo i libri nella borsa e capivo che non ce l’avrei fatta a trasportare quel carico di mattoni ancora a lungo, mentre accarezzavo le copertine, scherzavo, facevo complimenti, proponevo ristampe di opere fuori catalogo, mentre tutto questo accadeva io smaniavo.
Io impazzivo perché lì era pieno di libri e io non potevo comprarli, e riempire i miei scaffali, e buttare la roba vecchia e brutta, e festeggiare la roba nuova, e dire sì, sì ce l’abbiamo, sì è a catalogare ma lo potrà leggere la settimana prossima, sì glielo procuro in un paio di giorni.
Voglio dire sì.
Sono stanca, stanca di dire no.
Venite voi, amministratori della mia città, a dire no, no non c’è, è troppo nuovo, no mi spiace non posso comprarlo, non posso comprare niente, niente da due anni, no no no no, venite voi a dire no per mesi a gente fiduciosa che pensa che in biblioteca si possa recuperare tutto – e dovrebbe essere così! – poi ne parliamo, con calma, e vediamo se non trovate mille euro.
Noi bibliotecari siamo malati.
Io, che ero senza soldi, ma completamente senza, col conto in rosso e pochi biglietti da dieci nel portafoglio, prima di uscire mi sono tesserata all’Associazione Italiana Biblioteche. A quel punto mi sono restati tipo tre euro. Però mi era sembrata una questione di principio.
Solo che io la chiamerei Associazione Italiana Bibliotecari. Perché le biblioteche senza le persone diventerebbero un’altra cosa, magari interessante e utile, ma non quell’organismo in perenne trasformazione che ha descritto Ranganathan.

Prima di partire per Torino invece di passare da casa a cambiarmi e indossare scarpe da salone del libro sono andata a casa di amici a vedere il MotoGP. Non me ne pento: un podio così, Pedrosa-Crutchlow-Marquez, vale il sacrificio. Il problema è che poi il lunedì ho camminato per undici ore, con quella lentezza piena di soste che spezza le gambe, con degli stivali neri texani che sono adatti unicamente ad uscire la sera, a patto di stare molto seduti, o al limite sdraiati.
Mentre prendevamo la metro per andare alla stazione pensavo seriamente di inginocchiarmi sul pavimento e fingere di chiedere l’elemosina. Solo per appoggiare cento chili di borsa e far riposare i piedi distrutti, le ginocchia frantumate, i muscoli che gridavano vaffanculo.

Sul treno io e S abbiamo commentato la giornata. Ma come hai fatto a passarci quattro giorni?, gli ho chiesto. Il lunedì tra l’altro è tranquillo, ma il sabato e la domenica ci vanno miliardi di persone, ci si muove a fatica… e tu sei andato anche alla festa di Minimum Fax!
Abbiamo contemplato il nostro bottino di libri e biglietti da visita. Abbiamo buttato giù un calendario di interviste. Abbiamo letto. Come al solito sul treno si gelava: fuori faceva freddo, ma le fessure della climatizzazione, impietose, ci soffiavano addosso il vento della tundra.

E io ero contenta. Avevo fatto tre presentazioni di autori quella settimana, poi il salone del libro, poi avrei fatto un’altra presentazione da Einaudi, e poi, e poi. Qualche libro nuovo per al biblioteca c’era, incluso quello di Barbara Pym. Ero stata un bravo soldatino della letteratura.

Poi martedì notte è morto Roberto Denti.
Io l’avevo incontrato varie volte e intervistato spesso. Ricordo in particolare una lunga chiacchierata sul suo libro “La mia resistenza”. Denti era stato un partigiano, direi che lo era ancora, vista la passione e l’energia visionaria che ha profuso nella sua vita di editore e scrittore. Si è inventato la Libreria dei ragazzi. Diceva che Cuore è insopportabile, con l’eccezione di Sangue romagnolo e Dagli Appennini alle Ande, mentre Pinocchio è un capolavoro immortale. Diceva un sacco di cose, con la sua voce di uomo vecchio e fragile e innamorato di mille cose. Ora è morto e io sono veramente triste.
Nella mia tristezza ci sono molti pensieri, alcuni riguardano solo me, e sono anche parecchio irritanti, e vorrei scacciarli, ma altri riguardano i libri, e la gente che li scopre, li stampa, li manda nel mondo.
Le biblioteche erano lì per riceverli. Curiose, attente, affamate, le biblioteche aspettavano i libri, poi li preparavano, li accudivano, li prestavano, si preoccupavano di farli durare a lungo, di farli passare per molte mani.
E adesso?
Adesso niente. Adesso lo spreco, l’ignoranza, la noncuranza, il silenzio.
Da domani sarò di nuovo arrabbiata, giuro. Oggi sono solo triste.

Roberto Denti, partigiano, libraio

Roberto Denti, partigiano, libraio

Informazioni su runpauline

Bibliotecaria, regina dei finti tamarri, conduttrice radiofonica, musicista, in psicoterapia da sempre, ho Venere al medium coeli e me ne dolgo. Prima di morire ho una lista di cose da fare che comincia con: Aurora boreale. con il nome diArabella Urania Strange scrive anche su una risista speciale: Quasi la rista che non legge nessuno http://www.obloaps.it/quasi/
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Una risposta a Bibliotecaemo: Seppellitemi con i miei stivali (23/05/13)

  1. gb ha detto:

    Delizioso il plurale di maestà iniziale. Merita riflessione supplementare la preferenza per “A. I. Bibliotecari”. Forse è meglio la CGIL per questi (lavoratori con altri).

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