Bibliotecaemo: Una confusa sensazione che mi fa pensare che non mi arrenderò mai (23/06/13)

Ieri sera sono tornata per la seconda volta in due giorni in un parco dove c’era un festival musicale, e ho rivisto la mia band preferita. E’ credo la quarta volta che li ascolto suonare dal vivo, per mesi ho avuto il loro cd nel lettore in macchina, non ho ascoltato altro, un giorno volevo portare il cd a casa ma si era bloccato, non usciva più e dalla fessura veniva quello strascichio penoso del meccanismo che gira a vuoto e io ho pensato oh no ora potrò ascoltare solo questo disco per sempre!, e poi ho pensato, be’…. be’. Poi invece il cd è strisciato fuori.
Il parco era pieno di lucine e sentivo il profumo dei fiori, in particolare davanti al palco mi arrivava a tratti il profumo dell’acacia giapponese, che non sentivo da decenni, da quando tutte le piante rosa che costeggiavano il grande viale vicino a casa mia sono morte ad una ad una. Mi ricordo che una notte tornavo a casa in bici, è rarissimo che io vada in giro in bici, abito troppo in periferia, era estate ed ero molto sballata, ed era tardi, e passavano pochissime macchine, e lungo la strada c’erano questi fantasmi rosa che emanavano un profumo stordente di zucchero a velo, e il viale non finiva mai e le palle di fiori rosa piumosi mi scorrevano accanto, era un’esperienza silenziosa e musicale insieme. Quindi il profumo, eri sera, l’ho riconosciuto con certezza, ma poi mi sono dimenticata di cercare l’albero.

In queste settimane non riesco a leggere. Quindi è come se ci fosse un’area del mio cervello che rimane cieca, incolore, sempre.

Comunque ero con i miei amici venuti apposta per la seconda sera da un’altra città, e abbiamo vagato per un po’ tra le bancarelle e la gente, incontrando altre persone, chiacchierando. La musica del gruppo che ha suonato per primo mi arrivava di spalle, io pensavo un po’ ai fatti miei e un po’ a niente, per la verità pensavo che domani, oggi, avrei suonato anch’io. Avrei suonato con un chitarrista che è un genio e invece io non ero per niente soddisfatta di come avevo cantato le quattro canzoni quando le avevamo provate nel pomeriggio. Pensavo che il giorno dopo le avrei riprovate, a casa, per cercare la mia voce. Perché, non so, non la trovavo più. Un’altra zona cieca del mio cervello, probabilmente.

Un paio di giorni fa ho preso la metropolitana dalla biblioteca fino ad una scuola in cui ho lavorato col progetto delle seconde medie, dovevo recuperare un libro e parlare con l’insegnante. Faceva molto caldo, l’estate stava cominciando in diretta dopo mesi di pioggia, e potevi vedere l’entusiasmo dei pioppi carichi di foglie lucide come carta da regalo, che fremevano nel vento, verdeargentoverdeargento. Mentre camminavo col sole che mi picchiava in testa improvvisamente ho pensato: su, smetti di pensare. E ho smesso. Poi ho ascoltato. Fermare le parole nella mente per qualche istante, e poi qualche altro istante, e poi ancora, è una sensazione indescrivibile. Almeno per me, che nel cervello ho sempre un casino indescrivibile. Ho ascoltato. Ho paura mentre lo scrivo, perché è banale, ma il mondo parla.

Tipo, mi sono accorta che le foglie degli alberi e i miei capelli si muovevano nello stesso modo dentro il vento. Mi sono chiesta vagamente quanto sia diversa da un albero, io, poi anche questo pensiero è finito. Vedevo centomila colori e sentivo il mio corpo attraversato da microscopici cambi di temperatura, luce, profumi. Non so, mi piaceva moltissimo. Volevo continuare ad accogliere,e accogliere, e tacere.

Poi sono arrivata, e ho parlato con la professoressa nella scuola semideserta. Eravamo immerse in quella luminosità ombrosa del vuoto, delle lezioni finite. Qualche ragazzo e qualche ragazza parlottavano qua e là con gli insegnanti o tra di loro, c’erano gli esami, eravamo credo dopo le prove scritte ma prima degli orali. C’era un’atmosfera atemporale. Non per la prima volta ho pensato che persona sarei se avessi incontrato a tredici anni un’insegnante come quella con cui parlavo, invece delle persone, con rare eccezioni, miserabili, con cui ho avuto a che fare. Non ci domandiamo abbastanza cosa fa l’infelicità a una persona giovane. Cioè, lo so che ce lo domandiamo, ma domandiamocelo di più. Quell’essere sta prendendo forma come un budino in uno stampo, può venir fuori di tutto, e la solitudine in dosi sbagliate può avvelenarlo per il resto della vita. Comunque quella professoressa mi piaceva molto e intorno a me quella decina di ragazzi e ragazze sparsi sembravano abbastanza allegri. C’era una quiete nell’aria che mi stordiva. Avevo voglia di restare lì e dormire.

Ieri sera nel parco ero anche molto stanca, e sarebbe stato naturale essere assonnata, invece ero come pervasa da un mormorio che non era proprio pensiero, era attesa, e anche un po’ timore, di varie cose. E quando ha cominciato a suonare la mia band preferita, che è un duo, un duo di persone che conosco, so benissimo come sono quando non stanno suonando, e mi piacciono molto, ma quando hanno cominciato a suonare, il mio corpo, il mio cervello, non so, non mi succede con nessun altro gruppo: si è tutto messo in ascolto. Intendo: tutto. Non so esattamente cos’abbia la loro musica. C’entra col fatto che tra loro c’è una comunicazione continua, un filo invisibile di elettricità telepatica che sembra di vedere, io lo immagino azzurro chiaro. E non cercherò nemmeno di descrivere la musica, che però è un po’ allegra ma anche un po’ triste e sognante e molto leggera ma anche acuminata come uno spillo. So solo che quando li ascolto dopo cinque minuti la mia mente comincia a funzionare come quando medito. Si apre, e io non so più parlare. Neanche a me stessa. Solo ad un certo punto, durante una canzone che parla di un amico che è un vampiro, una voce che era sicuramente mia, dentro la mia testa, ha detto: ce la puoi fare. L’ha detto con sicurezza. Non so, non occorre essere felici per essere felici.

Quando dalla scuola media sono andata a prendere la metropolitana per tornare in biblioteca avevo con me uno scatolone pesantissimo, perché la professoressa mi aveva regalato dei libri. Ero ferma sul binario che aspettavo e lo scatolone mi scivolava dalle braccia e mi annoiavo a stare ferma in piedi. E pensavo alle persone che in Turchia stanno in piedi ferme e protestano così, e mi stupivo non solo del loro coraggio, ma della loro resistenza. E mi domandavo se sarei stata con loro, se fossi stata in Turchia. E pensavo di sì, e pensavo che non avrei avuto uno scatolone da reggere, perché sarebbe da idioti andare a protestare con uno scatolone pesantissimo, ma avrei avuto una paura immensa, dei gas, delle botte, di essere presa e scomparire, come tutte quelle persone che, come sento dire per radio, “mancano all’appello”. E immaginavo l’appello, come a scuola, e immaginavo le mani alzate che mancavano. E avrei voluto essere in Turchia, per andare a fare la protesta silenziosa in piedi per ore, ma ero contenta di non essere in Turchia, perché sono molto paurosa, e intanto lo scatolone diventava sempre più pesante. E pensavo a quante menate mi faccio per l’amore, la solitudine, la paura, e se fossi in Turchia probabilmente in quel momento sarei stata in piazza ad aver paura di essere presa e bastonata gasata e fatta sparire. Perché in piazza ci sarei andata. E mi sono resa conto che quando si ferma un treno sul binario di fronte attraverso i finestrini illuminati vedo quasi sempre qualcuno come me.

Guarda non non proprio nel vuoto, più come se cercasse qualcosa, serio, intento, un po’ smarrito. In quel momento preciso era una ragazza, giovane, avrà avuto 15 anni. Per un momento il nostro sguardo si è sfiorato, come due di quelle farfalle bianche che sembrano pezzettini di carta. Mi è sembrato che passasse una comunicazione importante: qualcosa che aveva a che vedere con l’umanità e il suo destino. E’ stato un istante, poi, non ero più saggia, neanche un po’. Solo un po’ più consolata.

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Informazioni su runpauline

Bibliotecaria, regina dei finti tamarri, conduttrice radiofonica, musicista, in psicoterapia da sempre, ho Venere al medium coeli e me ne dolgo. Prima di morire ho una lista di cose da fare che comincia con: Aurora boreale. con il nome diArabella Urania Strange scrive anche su una risista speciale: Quasi la rista che non legge nessuno http://www.obloaps.it/quasi/
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2 risposte a Bibliotecaemo: Una confusa sensazione che mi fa pensare che non mi arrenderò mai (23/06/13)

  1. Giulia ha detto:

    “Giuro per i miei denti di latte” giuro per il
    correre e per il sudare giuro per l’acqua e
    per la sete giuro per tutti per i baci d’amore
    giuro per quando si parla piano la notte
    giuro per quando si ride forte giuro per la parola no
    e giuro per la parola mai e per l’ebrezza
    giuro, per la contentezza lo giuro.
    Giuro che io salverò la delicatezza mia
    la delicatezza del poco e del niente
    del poco poco, salverò il poco e il niente
    il colore sfumato, l’ombra piccola
    l’impercettibile che viene alla luce
    il seme dentro il seme, il niente dentro
    quel seme. Perché da quel niente
    nasce ogni frutto. Da quel niente
    tutto viene.
    Mariangela Gualtieri

  2. Mimmo ha detto:

    Ciao Run Pauline,
    Chiudi, la tua nuova e profumata storia, con una parola antica. La ricordo, con significati diversi, tra le labbra di mia madre – quando voleva esprimere una felicità ritrovata, legata, il più delle volte, a qualche evento religioso o spirituale – e tra quelle di mio padre – che la usava spesso per esprimere la gioia e la soddisfazione per qualcosa di accaduto, qualche “fatto” concreto, qualche avvenimento tangibile. Prefigurando già la differenza tra i due stati che ne avrebbe fatto Salinger ne “Il periodo blu di De Daumier-Smith”, dai “Nove Racconti”.
    La parola – “consolata” – mi sembra la migliore apertura per una chiusura.
    Grazie ancora per le tue storie.

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