Bibliotecaemo: Fa’ la cosa giusta (06/10/2013)

Ho appena riammesso alla consultazione un utente che era stato sospeso, un anno fa, dopo un rissa cominciata nella sala internet della sede centrale e continuata sulle scale e nell’atrio.
Nel suo racconto è una vittima innocente, l’aggressore è l’altro, un bruto insensato che l’ha spinto dalle scale, senza motivo, inferocito da un’intonazione di voce, da uno sguardo.
Gestire certe sale consultazione internet fa pensare al Far West.
Io mi sono seduta accanto a lui e ho detto: E’ passato un anno e io ora ti riammetto, ma devi promettermi che se c’è qualche problema ti rivolgi a me, immediatamente, non discuti, non litighi, lasci che il problema lo risolva io.
Lui mi ha guardato con sincerità e mi ha porto la mano da stringere, promettendo.
Ora scopro che ha chiesto più volte al direttore di rimuovere la responsabile della sala internet della sede centrale dal suo incarico perché, essendo una donna, lo disturbava doverle obbedire.
Obbedire.

Anche in questa biblioteca c’è stata una rissa, un paio d’anni fa. Io non c’ero, c’era la signora che lavora con me che è piccola come un passero e si è spaventata tantissimo.
Questi uomini, maghrebini, centroafricani, tutti nervi muscoli e incazzatura si strattonavano, si davano gli spintoni, e cadevano gli espositori delle riviste, si spostavano rumorosamente i tavoli.
Prima io, no prima io, rissa, per quarantacinque minuti di consultazione su computer vecchi come quelli di Fred Flinstone, che si impallano di continuo.
Chissà perché non riesco a immaginarmi una badante moldava e una colf ghanese che si strattonano per usare il computer. Non perché le donne siano più buone, semplicemente non riesco a immaginarlo.
Non capisco se sia un bene o un male.

Lunedì sono stata di nuovo in carcere. Sono entrata con una borsa di libri: Lansdale, Gischler, Harper Lee. Ero piena di entusiasmo ma mentre aspettavo seduta su una panca nell’ingresso ho cominciato a sentirmi sempre meno sicura. Nei libri di Lansdale e Gischler si picchiano, si sparano, si insultano. Si insultano di più nei libri di Lansdale, mentre si sparano di più in quelli di Gischler, ma solo leggermente di più.
Pensavo all’istruttore di pugliato che mi aveva raccontato di una direttrice di carcere che gli aveva bocciato un progetto per insegnare il pugilato ai detenuti perché, diceva, In Carcere C’E’ Già Troppa Violenza.
Quindi, siccome ce n’è tanta, reprimiamola a mazzate, invece di insegnare una disciplina che aiuti a creare un codice e a rispettare delle regole.
E quindi io, che ero lì per incontrare una quindicina di uomini che si erano comportati così bene, nel corso di lunghe pene detentive, da meritarsi lo spostamento dal carcere più affollato d’Italia ad un altro carcere, più tranquillo, con una popolazione per lo più femminile. stringevo fra le braccia una borsa di libri che, secondo me, oltre alla violenza, contenevano la possibilità di scoprire un codice.

Quando me li sono trovata davanti e ci siamo seduti intorno al tavolo ho sentito il solito pop dello scollamento dalla realtà. Io sapevo che per beccarti trent’anni devi aver probabilmente ucciso qualcuno, ma il mio cervello continuava ad appallottolare questa consapevolezza come un fazzolettino e a nasconderla in un cassetto, insieme alle calze e alle mutande.
Mi sono addirittura seduta su un tavolo, per vederli meglio, poi mi sono resa conto che è quello che faccio quando incontro le classi della scuola elementare.
Volevo proprio disinnescare la situazione.
E poi ho cominciato a leggere di roba pesa, regolamenti di conti, pestaggi, scontri a fuoco, vendette.

Ho cercato i loro occhi per tutto il tempo. C’erano italiani e stranieri, un olandese alto e con la testa rasata, un centrafricano, un maghrebino. Questi ultimi due sembravano due ragazzini. Magari avevano mangiato il cuore dei loro nemici, non so, ma erano identici ai ragazzini delle superiori che vengono scazzatissimi a chiedermi Il fu Mattia Pascal.

Mentre leggevo sbirciavo la guardia carceraria seduta in un angolo che ci sorvegliava. Non mi è sembrata scossa quando Hap e Leonard, dopo uno scambio di insulti con due spacciatori, li hanno legnati.
Chissà quanti dei miei ascoltatori erano stati spacciatori. Ci ho pensato solo dopo. Ma quelli di Lansdale spacciavano ai dodicenni. L’ho sottolineato.

Ho raccontato delle mille arti marziali praticate da Lansdale. Ho detto che è simpatico, gentile, democratico, molto disponibile coi suoi lettori. Ho detto che a Mantova si era fermato per ore a firmare autografi e a fare foto coi suoi fan mentre quelli della casa editrice lo aspettavano per portarlo a cena. Lui si è fermato a firmare l’ultimo autografo, a registrare l’ultima intervista. Che era con me.
Credo di essermene un po’ innamorata, in quell’occasione. Abbiamo parlato di Buffy The Vampire Slayer, e del cane di Lansdale che, in suo onore, si chiama Buffy The Cookie Slayer.
Ho raccontato dei redneck tamarri che gli scrivono: pensavo che i froci fossero dei succhiacazzi cagasotto, e invece Leonard Pine spacca! Così Lansdale porta avanti la sua opera di civilizzazione.
Ho parlato del Texas di Lansdale e poi ho raccontato della Georgia del Buio oltre la siepe. Il sud oscuro a cui Lansdale si è ispirato per In fondo alla palude, in cui due ragazzini, fratello e sorella, affrontano un feroce assassino.
Alla fine ho detto: Lansdale ti spinge a domandarti se sei uomo abbastanza da fare la cosa difficile, quella che ti lascia solo. Quella che dentro di te, sotto tutte le storie che ti racconti, sai essere la cosa giusta.

Ci sono un sacco di fiori in autunno, l’ho scoperto mentre correvo. Rose, dalie, i tromboni d’angelo bianchi. Il primo a mostrarsi è stata una dalia gigante, mi sono girata e me la sono trovata davanti, grande come una ciambella, giallo oro. Nell’aria c’è un profumo minuscolo, che appare e scompare, come un fuoco fatuo. Tutto è pronto a ripiegarsi su se stesso e morire.

E’ stato difficilissimo parlare di violenza, violenza fisica, con quei ragazzi e quegli uomini. Non volevo che sapessero quanta paura fa a me la violenza fisica, quanto ancora il mio corpo si tende e i muscoli della schiena si irrigidiscono se solo qualcuno alza la voce, o fa un movimento che può sembrare un’aggressione. Eravamo insieme, nella pace irreale della biblioteca del carcere, a discutere di coscienza e decisioni, di responsabilità e consapevolezza. Io parlavo e parlavo, e loro parlavano con gli occhi, e io cercavo il momento dell’aggancio, quando raccontando del libro vedo che emerge un ricordo, e come un oggetto posseduto da tanto tempo viene rigirato, osservato meglio sotto la luce che entra da una finestra.

Di certo so che non si dovrebbe parlare del carcere senza esserci mai entrati.

E’ difficile spiegarlo, ma quando corro non ho più neanche una briciola di paura, il mio corpo si svuota di tensione, e si riempie di un calore come la roccia fusa al centro della terra.

Mentre raccontavo la trama de Il buio oltre la siepe, e dei linciaggi dei neri nel sud degli Stati Uniti, il ragazzo africano mi guardava con gli occhi spalancati. Era uno sguardo che non sono riuscita a decifrare. Mi sembrava di cascarci dentro.
Poi alla fine io sono uscita, loro sono restati tutti lì. Era una classe che non poteva separarsi. Alcuni hanno chiesto dei libri. Ad uno ho regalato la copia de Il buio oltre la siepe.
Che è il mio libro preferito di tutti i tempi.

Mi sembra un po’ ingiusto che noi umani di stagioni possiamo viverne solo quattro. Il nostro inverno finisce e poi c’è il nulla. Gli alberi invece si svegliano e sbam, è di nuovo primavera.
Dentro di me, però, sono già passati moltissimi inverni. Dentro di me in questo momento è metà aprile.
Credo che stare in carcere sia un inverno lunghissimo.
Quando esco per un po’ mi sembra di camminare in un sogno.
E mi domando, ma fatto così, a cosa serve esattamente?

Me lo sto domandando anche adesso, mentre sullo schermo scorrono le immagini dei corpi che galleggiano, con gli abiti fradici, le braccia e le gambe rilassate, così tanti che fanno pensare alle foglie cadute dagli alberi.
Quelli salvati dal mare sono stati portati in un edificio fatto per ospitare trecento persone che ora ne contiene più di mille. Poi sono stati iscritti al registro degli indagati per il reato di immigrazione clandestina.
Quelli che hanno scritto questa legge, quelli che sostengono sia un male necessario, io vorrei che, almeno, andassero in riva al mare a contare i morti. A vedere i piedi che sporgono dai teli. Lo stomaco scoperto del ragazzo che galleggia inerte, con la maglietta arrotolata, così indifeso nella morte, così lontano. E anche quelli che l’hanno votata in parlamento. Quelli che non stanno facendo niente per cancellarla. E’ una legge stupida e crudele, che proibisce persino alle persone di aiutarsi l’una con l’altra.
Anche se non credo che, in un romanzo di Lansdale, Hap Collins o Leonard Pine avrebbero grossi dubbi: sarebbero uomini abbastanza da fare la cosa giusta.

Non è già brutta la morte? C’erano anche dei bambini. Identici, immagino, a questi tre fratellini che prendono nell’ultimo minuto di apertura della biblioteca un dvd di Dragon Ball.
Basta, dai. Basta. Basta carceri. Tirateci fuori.

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Informazioni su runpauline

Bibliotecaria, regina dei finti tamarri, conduttrice radiofonica, musicista, in psicoterapia da sempre, ho Venere al medium coeli e me ne dolgo. Prima di morire ho una lista di cose da fare che comincia con: Aurora boreale.
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Una risposta a Bibliotecaemo: Fa’ la cosa giusta (06/10/2013)

  1. Guglielmo Loffredi ha detto:

    Fa’ la cosa giusta!

    La cosa giusta…
    Mi fa venire in mente la materia oscura, uno dei misteri dell’universo, che sia grande o piccolo questo mistero non lo so! Riconosco la mia ignoranza e la conseguente incapacità a fare comparazioni. Leggo che la fisica è sempre in cerca di un segnale che aggiunga qualcosa in più al puzzle cosmico.
    La cosa giusta…
    Ora mi conduce su un binario lucente, sotto un caldo torrido, in cui il treno che mi porta mi consola sull’esistenza delle stazioni, in cui posso scendere e comprarmi un gelato, ma non mi rincuora su ciò che incontrerò. So solo che la cosa giusta è muovermi. Sarò contento? M’incazzerò? Aiuterò qualcuno? Imparerò qualcosa? Amerò? Morirò nel mio letto?
    La cosa giusta…
    Mi veste all’età di 11 anni. Dovevo dirlo alla professoressa di disegno che Mario mi scarabocchiava, di nascosto, album e quaderni? – Oppure… – Decisi per l’oppure, cioè un gancio sinistro sull’occhio di Mario!.

    Ciao, http://facebook.com/guglielmo.loffredi

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