Albero di natale con tigri di peluches (25/12/2017)

Piccole cose buone.

C’è una dimensione di sicurezza nel mio letto che non c’è in tutta la mia casa, le sue stanzette mi sembrano a volte sconosciute e noncuranti. La mia vera casa segreta è il letto.

Sto sempre cercando di portarmi in pari con le letture. Ogni tanto riesco a passare un po’ di tempo a leggere, e finisco un libro, ne comincio un altro, e penso: Dai!
Come se fossi un ciclista.
Poi inesorabilmente altri libri si aggiungono alla montagna che tengo sul comodino, sul tavolo, sull’altro comodino. Faccio proprio quello che i bibliotecari odiano: prendo in prestito troppi libri e sono sempre in ritardo, ma tanto sono una bibliotecaria e posso aggirare l’ostacolo. E’ una soddisfazione colpevole e vergognosa, ma quando gli avvisi rossi spariscono dalla mia tessera digitale sento dentro: hhaaaaaaaa. Un sospirone di sollievo. E per qualche secondo sono leggera.

A volte sono cupa e triste e mi rannicchio sotto il piumino in una posizione precisa, col braccio sinistro a proteggermi la faccia. Dopo un po’ non respiro più. Non credo si possa morire. Se no non sarebbe male, senza sacchetti e altri accessori violenti. Perdere ad uno ad uno tutti i pensieri. Poi il buio buono del sonno, prima di sognare, quando hai semplicemente perso il controllo, dura un secondo. Sarebbe un secondo infinito. Poi mi domando: ma non sei, forse, incazzata?
Sono incazzata come una bestia.

Sto lasciando crescere la frangia di capelli che porto, lunga corta cortissima, da più di vent’anni. Non so più neanche come sia, la vita senza la frangia. Non ho una fronte da tantissimo tempo. Dietro si celano tutti i miei pensieri, veloci come elettroni, uno sciame di calabroni che ronza feroce e davanti un osso, la fronte invisibile e la mia frangetta. Che mi rende carina, mica sempre, ma è la cosa più vicina al concetto di carino di tutta la mia faccia, di tutto il mio corpo. Io sono o brutta o bella. Una volta ero sempre brutta, come un pugno chiuso. Anche adesso, quando sono immobile sono brutta, credo. In movimento, e la mia faccia è sempre in movimento, perché parlo un sacco, a volte sono bella. Lo vedo riflesso nella faccia degli altri. E’ come essere luminosi. Per anni è stata un’ansia continua. Credevo che la mia esistenza dipendesse da quella luce. Invece essere carini è come essere sempre accesi, la luce e non va mai via, ci si abitua, credo, a vivere senza notte.
Insomma, con la frangia mi capitava di essere carina, così, senza sforzo. Adesso la sto lasciando crescere. E’ fastidiosissimo. I capelli mi spiovono sugli occhi come delle tendine miserabili stracciate da vento. Ma tengo duro: mai più carina, e forse qualche volta la mia fronte scoperta sarà come la boccia di un pesce rosso, trasparente, e se qualcuno guarda vedrà i miei pensieri aggirarsi in tondo, con le squame d’oro.
E stamattina ho scoperto che con due mollette riesco a fissare quella ciocca maledetta sotto le ciocche più lunghe ai lati, e sembro persino pettinata bene.
Siccome sono molto disordinata è una cosa positiva.

Ho perso una cosa, ho perso una persona, e mi sono persa anch’io. Mi perdo sempre, il mio ex marito spariva in aeroporti stranieri lasciandomi nel panico, paralizzata, e poi era a tre metri che parlava con un bulgaro. In quei minuti io pensavo: sono perduta. Non saprò mai più uscire da questo aeroporto.
Mi perdo nella mia città, in posti in cui sono passata centinaia di volte. Se fossi un topo bianco in un labirinto mi avrebbero già soppresso da tempo. Una volta credevo di aver avuto un’ischemia perché mentre andavo a giocare a D&d come ogni lunedì sera, da anni, a un incrocio non capivo più dove fossi. Ero nel punto più riconoscibile della città, un tunnel sotto una collina coronata dal castello. Il semaforo era verde e io pensavo dove cazzo sono dove cazzo sono dove cazzo sono.
Ma niente si avvicina al senso di smarrimento che provo quando una persona esce dalla mia vita.
Quello è come perdersi nello spazio perché il cavo che ti tratteneva si è tranciato di netto e il tuo compagno in tuta spaziale bianca, visore nero su cui si riflettono le stelle, ti guarda roteare lontano, lontanissimo, poi in una dimensione in cui lo spazio non conta più.
Provo un panico più da versi e grugniti che da parole.
Solo recentemente ho capito che ci si perde sempre in due, che il visore è nero, e si riflettono le stelle, silenzio, non vedi la faccia del tuo compagno. Dopo un po’ non vedi più neanche l’astronave.

C’è un lupo di pezza, si chiama Umberto, che mi accompagna a scuola dai bambini. Io sono animista coi peluches, ritengo che, come mononoke, dopo un po’ di tempo e di amore sviluppino una specie di vita e coscienza. Io non li compro, li salvo. A M dicevo proprio così: Oggi al Balon posso salvare almeno un peluches?
E’ una soddisfazione, specie con quelli vecchi, bellissimi: li lavi e tornano tutti puffosi e allegri, tranne una tigre serissima che tutt’ora mi guarda come se lei avesse fatto un favore a me.
Umberto ha sicuramente una personalità mononoke. Prima di tutto il suo nome non l’ho scelto, è sorto dal nulla, forse perché contiene la U di Ululato. Poi quando lo uso per entrare in contatto coi bambini in un attimo che non gli interessa più nient’altro, le storie le leggiamo perché piacciono a Umberto, tutti vogliono dargli un cinque quando tornano all’asilo, o in prima. Sono dei nani. Si siedono in posizioni strane, con quelle gambe di gomma che hanno, le bambine spesso infilate in leggins da serata in discoteca, tutto un brillare di stelle lune gattini. Io cerco sempre quelle con le calze lunghe a righe colorate, e le invidio. E’ difficilissimo trovarle della mia taglia.
Umberto gira le pagine, si spaventa, mi parla nell’orecchio. A volte alla fine facciamo un ululato in suo onore. Alcuni cercano di dargli il cinque due volte, si rimettono in coda, oppure vogliono abbracciarlo, e siccome ha le zampe lunghe e morbide lo abbracciano come farebbero con un altro bambino, e io penso, Eh. Un sospiro.
Sto progettando una gag in cui Umberto esce dalla magica valigia dei libri, che un giorno avrà delle lucine led che non sono ancora riuscita a attaccare, e io dico ma Umberto, cosa ci fai qui? Oggi non parliamo di lupi!
E poi esce la tigre e leggo dei libri di tigri ma Umberto può restare ad ascoltare, seduto buonissimo sulla sua sedia.

Anche quest’anno non ho fatto l’albero di natale. Sono stata troppo triste, e sola, e ho tre gatti che amano afferrare con le unghie oggetti pennzolanti. Le decorazioni dormono al sicuro in due grosse scatole, potrei addobbare un albero altissimo. Sono quasi tutti addobbi natalizi degli anni 60, alcuni un po’ rotti, con crepe e scolorimenti. Li colleziono. Posso guardarli per ore.
Ma niente albero quest’anno. Né l’anno scorso, o quello prima. Io so che tutte quelle palline fragili e luccicanti sono lì, nel buio della scatola, e se serve sono pronte a saltar fuori, essendo un po’ mononoke anche loro.
Non vedo alberi di natale nel mio futuro, ma neanche la tigre che giaceva sporca e fuori luogo in mezzo a una collezione di bicchierini chiavi giocattoli su un telo di plastica sapeva che io sarei arrivata.
A rendere un po’ più inutile il mondo.

Albero natale e tigre

 

Informazioni su runpauline

Bibliotecaria, regina dei finti tamarri, conduttrice radiofonica, musicista, in psicoterapia da sempre, ho Venere al medium coeli e me ne dolgo. Prima di morire ho una lista di cose da fare che comincia con: Aurora boreale. con il nome diArabella Urania Strange scrive anche su una risista speciale: Quasi la rista che non legge nessuno http://www.obloaps.it/quasi/
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