No (Metamorfosi)

L’idea di dire no basta a gettarmi nel panico. Il cuore accelera
il respiro si accorcia ed è come se dovessi prepararmi a scattare
in una fuga da cui dipende la mia vita.
Anche adesso che scrivo il cuore mi batte fortissimo
pum pum pum pum
anche un po’ irregolare,
i miei gatti ringhiano,
probabilmente l’uno all’altro ma ho la sensazione
che siano tre radio pelose
sintonizzate sulle mie onde cerebrali.

Io non dico mai no,
io dico no ti prego
oppure no e si capisce che poi vorrei aggiungere: non sono stata io.

Una volta in classe mi ero attardata a cercare un compito di matematica sotto il banco
e la professoressa scorgendomi nella penombra della classe vuota
mi aveva chiesto cosa fai
e io avevo risposto d’impeto: no…
E ci eravamo guardate e ci eravamo messe a ridere insieme
– e quella professoressa di matematica
materia che odiavo con tutto il cuore
mi ha fatto sentire un essere umano come poche volte mi è capitato
nei primi vent’anni della mia vita-

No è una parola magica e silenziosa per me.
È più uno scongiuro.
Un pensiero, un progetto.

Di recente ho fatto online un test molto serio di una società americana di psicologia.
Metteva alla prova la capacità di riconoscere emozioni
sul viso di persone ritratte in foto.
Comparivano due foto molto simili di uno stesso viso
e dovevi
di volta in volta
identificare l’emozione assegnata in uno dei due visi.
A volte le due foto ai miei occhi apparivano assolutamente identiche.
Io faccio molta fatica a ricordarmi il viso delle persone
(con conseguenze imbarazzanti)
ma non mi era mai venuto in mente di essere una che fatica a riconoscere le emozioni.

Invece è successa una cosa stupefacente
almeno per me, che coltivo lo stupore:
nell’identificare il timore mi sono piazzata ai livelli più bassi della scala.
La gioia l’ho riconosciuta abbastanza bene e mi sono collocata nella media
ma con la rabbia ho spaccato:
ne ho sbagliata una su 72,
e anche con quell’errore
mi sono piazzata nel punto più alto della scala.

Io so sempre quando scappare.
Non sempre ci riesco
sono come quegli animali progettati solo per la fuga
non per il combattimento
riconosco all’istante
la voce tesa, il piatto rotto,
la postura minacciosa e l’aria che ribolle
la mano alzata, lo sguardo che non vede.
La minaccia goffa del mostro di fango
non mi spaventa più,
è chi ha bisogno, chiede, pretende,
supplica, ricatta, o semplicemente
soffre come un cane
che mi spaventa a morte. Quindi se posso
scappo scivolo via faccio perdere le mie tracce
smetto di rispondere
scompaio.

E dentro mi monta un’angoscia
che col tempo è diventata un temporale a forma di vortice nero alto 300 metri
che però non so come
sta tutto dentro il mio corpo,
anzi le mie costole lo imprigionano
per ora.

In questi ultimi anni ho dovuto dire di no, certamente,
ma non mi è mai uscito bello squillante, no!
Anche quando ero sicura
anche quando mi sembrava di diventare matta
al massimo dicevo no, ti prego.
Per capirci: se ci fosse una palestra
in cui si impara il no difensivo
io la frequenterei.
Se ci fosse un chip sottocutaneo, mi offrirei di testarlo.

Se devo scrivere di una volta in cui ho detto no
– e vorrei scrivere: No, non scrivo,
e risolverla così, un po’ simpa, un po’ sfacciata,
un po’ caduta da un altro pianeta,
perché io sono così, non è vero? –
ha senso solo se vado a pescare in fondo
dove stanno le cose con le spine
tutti quegli ordigni inesplosi e metallo radioattivo
e tiro fuori una cosa
che è innegabilmente a forma di no
e ancora adesso mi spezza il cuore
(anche se ora tutti sono felici, e sono nati dei bambini,
e i viaggiatori hanno viaggiato e i pensierosi hanno pensato
e gli amanti hanno amato,
gatti sono andati e venuti,
libri sono stati letti e regalati).

Ciononostante
la racconterò velocissima e ci saranno i dettagli ma come in una miniatura mi stavo separando da un uomo che avevo amato moltissimo e che probabilmente tutt’ora amo un po’ dopo anni di infelicità reciproca alla fine ero io a sbilanciare definitivamente le cose e lui stava per partire per Sarajevo io gli avevo detto se non mi lasci tu io non avrò mai la forza di lasciarti che è una
FRASE
DI UNA VIOLENZA
DISUMANA
ma funziona così non è che noi animali che ci mettiamo in salvo con la fuga siamo più buoni degli altri è solo che non sappiamo combattere se non a morte perché combattere è qualcosa che accade solo quando non c’è più
NESSUNA VIA DI FUGA
che è una descrizione che assomiglia un po’ alla morte
e poi c’è la questione del vortice nero e di quello che potrebbe fare se si scatenasse fuori di me invece che dentro a distruggermi lo stomaco e gli intestini a farmi mettere le dita in gola per provare sollievo eccetera eccetera
e se dicendo no uccidessi l’altra persona? E se distruggersi il mondo? Voi ridete ma se poi io davvero distruggessi il mondo? Dopo chi ride? Dopo non c’è più nessuno a ridere e la solitudine potrebbe essere
un altro nome
della morte.

Ecco è talmente difficile tornare su quell’angolo di piazzetta Tito Speri in febbraio mio marito mi è comparso davanti con un soprabito leggero aperto e sotto aveva una maglietta con le maniche corte faceva freddissimo e pioveva e lui mi ha chiesto di poter tornare a casa e io gli ho detto No ti prego non sopravviverei a doverti chiedere di andar via di nuovo (UN BEL RESPIRO) pioveva pioveva il vento ci frustava la faccia ovviamente piangevamo tutti e due e forse non c’era tutto quel vento e è solo nel mio ricordo che ci siamo noi piccolissimi e ci abbracciamo e io lo sento così magro e la pioggia ci inzuppa e la città è di un colore marrone triste e io sono la bestia più feroce del mondo ma voglio sopravvivere davvero ho fatto quello che potevo e ora voglio sopravvivere e non ho voglia di raccontarvi di quando l’abbraccio si è sciolto e io me ne sono andata perché adesso dopo più di dieci anni è ancora come sputare delle spine e preferisco allontanarmi da questa immagine inquadrandola dall’alto con le gocce di pioggia verticali che brillano come vetro triste su una città che non ho mai amato e un uomo che non amavo più ma che amavo con tutta me stessa

No.
Non proprio.
Con quasi tutta me stessa.

Ecco, quel pezzettino
quel quasi
è un no,
e io non riesco a trattenermi,
devo girarlo dall’altra parte,
vedere se è un sì a qualcos’altro.

E normalmente comunque a dire di no a qualunque cosa mi vien da vomitare.

Però ultimamente mi è capitato di trovarmi in una situazione
in cui dopo quattro o cinque volte che dicevo
a uno che stava male come un cane
e mi amava e io no
e mi amava e io no
e mi amava e io no
dopo quattro o cinque volte che dicevo no ti prego
mi è venuto da pensare no vaffanculo.

Non l’ho detto,
l’ho solo pensato.
Ma era un pensiero
talmente stupefacente
squillante
super-cali-fragil-istichevole per me
che dentro il mio cervello è partita una festa,
muro di casse e aurora boreale,
stormo che si alza in volo
bestia che balza nella foresta.

bestia foresta

Informazioni su runpauline

Bibliotecaria, regina dei finti tamarri, conduttrice radiofonica, musicista, in psicoterapia da sempre, ho Venere al medium coeli e me ne dolgo. Prima di morire ho una lista di cose da fare che comincia con: Aurora boreale. con il nome diArabella Urania Strange scrive anche su una risista speciale: Quasi la rista che non legge nessuno http://www.obloaps.it/quasi/
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