Canzone rosa del vuoto (11/03/2020) – Diari del Coronavirus #1

C’è una doppia linea di pruni lungo la mia strada che, dopo la prima apparizione di margherite e occhi-della-madonna, esplode in nuvole di petali rosa. E’ il mio calendario della primavera. Negli anni qualche albero è morto, a volte è stato sostituito, a volte no, ma la doppia linea parallela, il binario rosa che dall’edicola porta al mio cancello, l’ultimo della via, non ha mai smesso di illuminare le mie primavere. Anche quando piangevo, o ero rimbecillita dai farmaci, o odiavo la vita. Due righe rosa, piumose, delicate, di un rosa fresco e pungente come il loro odore.

Oggi dopo giorni di solitudine in casa coi gatti, in questa strana sparizione collettiva che ci tocca fare, perché la natura e i virus sono, tutto sommato, più forti di noi, sono uscita a buttare la spazzatura. Guanti, capelli coperti, non ho una mascherina, ho aspettato che passassero le uniche due persone che sul marciapiede tornavano da chissà dove, lavori fondamentali, lavori inutili ma sacri per il capitale, entrambe con la mascherina, e poi ho attraversato la mia via per la prima volta da una settimana.

E mi sono accorta che erano lì, rosa, diafani, profumati come mai prima, nell’aria senza macchine e scarichi, un velo colore dell’alba mi tremava nel cervello, profumo amarino e delicato, prezioso nella sua brevità, stordente nella sua potenza in questa città spopolata. Ho respirato e respirato mentre andavo al cassonetto, premevo il pulsante col dito blu nel guanto, tiravo la leva e buttavo il sacchetto.
Ho sentito qualcosa che non so descrivere.
Ero il centro di tutto, ero niente.
Camminavo attraverso questi veli di profumo, leggerissimo, forse solo io l’ho sentito così forte, perché dopo averlo riconosciuto mi sono fermata ad accoglierlo.
E non c’era nessun altro in giro.
Solo quelle due ragazze che tornavano da chissà dove, a testa bassa, camminando veloci.

Ma davvero, mi mancano le parole. I colori, gli odori sono un linguaggio che riconosco e parla, e io vorrei solo stendere questo lenzuolo di un freddo rosa quasi trasparente su tutta la città, fermare l’ansia per un secondo, dire respiriamo, anche con le mascherine, cazzo, riempiamoci di rosa, rosa, rosa, e profumo amarino e aria così stranamente pulita.
I bambini mettono arcobaleni ai balconi e alle finestre: Andrà Tutto Bene, scrivono, e io non lo so, cosa vuol dire Bene, tutto come prima? Stronzi come prima, ansiosi, egoisti, miopi, sfiniti come prima?
Io non ho una foresta, questa strada è la mia foresta, in cui ho conosciuto paura, felicità, meraviglia, terrore, tutte le scoperte dei bambini, tanta solitudine, eppure gli alberi rosa sono da sempre miei amici. Quando ne muore uno mi sembra sempre di perdere un compagno, se viene ripiantato gli dico benvenuto e mi fermo a salutarlo quando cammino su questo marciapiede che i miei piedi conoscono da quasi sessant’anni, è pazzesco, quanto tempo, e i miei amici dal tronco nero e dai fiori rosa puntuali, ogni anno, mi salutano a loro volta.
Ho attraversato il cancello per tornare a casa con riluttanza, volevo restare lì immobile con la faccia alzata verso le cime degli alberi, ad annusare. Dal vialetto ho visto una mia amica d’infanzia che giocava con un bambino, E’ il compleanno della zia! mi ha detto, e allora dai gradini ho cantato Tanti auguri a te, tanti auguri a te. E’ arrivato un altro amico, in queste case ci conosciamo quasi tutti perché le hanno costruite i nostri genitori, lui indossava la mascherina perché lavora in ospedale, a dieci metri di distanza ci siamo detti tre cose, auguri, come va, cose normali, ma essere ai vertici di un triangolo grande come il giardino rendeva la conversazione strana, assurda e importante. Era anche un triangolo significativo: R. sta lavorando da casa, F. va a lavorare in ospedale, io sono in ferie forzate. Al centro c’era un albero gigante, un tiglio.
Chissà quando fiorirà il tiglio come saremo.
Chissà il suo profumo.
Il tempo. La vita. Abbracciarsi. Suonare. Leggere ai bambini.
Per ora dormo, dormo tantissimo.
Non vedo l’ora di svegliarmi.

Albero di via Boccacci

Informazioni su runpauline

Bibliotecaria, regina dei finti tamarri, conduttrice radiofonica, musicista, in psicoterapia da sempre, ho Venere al medium coeli e me ne dolgo. Prima di morire ho una lista di cose da fare che comincia con: Aurora boreale. con il nome diArabella Urania Strange scrive anche su una risista speciale: Quasi la rista che non legge nessuno http://www.obloaps.it/quasi/
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