Il Silenzio e la Sirena (16/03/2020) – Diari del Coronavirus #4

Sono a casa da giorni, ormai. Mi sono assestata su un ritmo sonno veglia mangiare che non assomiglia a quello di nessuno che conosco. Sono più o meno sul fuso orario della mia amica M che vive a Los Angeles, ce ne siamo accorte perché in una delle innumerevoli chat che mi stanno mantenendo in contatto con amici e amiche siamo sempre sveglie insieme.

Adesso la pesantezza della situazione comincia davvero a farsi sentire anche nella parte profonda del mio cervello. So che la situazione è gravissima, comincia anche a morire gente che in qualche modo conosco, il padre di un amico, la madre di un altro. So che gli ospedali sono pieni e i posti per salvare le persone in crisi respiratoria sono finiti, e se ti viene un infarto sono guai, se ti rompi una gamba, se devi fare la chemio. Mia sorella quando va a lavorare in farmacia, la mattina presto, mi chiama e mi racconta.

Io mi sono adeguata quasi senza accorgermene a questo isolamento, non è la prima volta che mi chiudo in casa e vivo secondo una giornata di 27 ore, facendo le cose come vengono, scrivere, dormire, guardare serie tv, ascoltare musica, dormire, soprattutto dormire. La depressione si dipanava così, fino a qualche anno fa, con un filo rosso smorto che mi portava a varcare la soglia di casa per non uscirne più, vivevo col mostro minotauro della mia mente, sopravvivevo, piangevo, il mondo intorno era troppo colorato e rumoroso, e io lo invidiavo e lo temevo, non c’era posto per me, c’era solo la tana a proteggermi e piano piano mi toglieva il fiato, lo spazio, e contemplavo la morte con diffidenza ma anche desiderio, unico possibile salto dalla finestra quando la casa brucia.
Adesso che queste crisi buie sono più lontane, durano meno, mi accorgo di essere comunque abituata alla solitudine. E sto bene. Mi vergogno a dirlo, ma io sto bene, potrei avere contratto il virus e morire domani, ma non posso mentire: uscire dalla prigione degli orari stabiliti da altri, degli impegni che intreccio abilmente per non lasciare un solo atomo di spazio e rischiare di scivolare tra le maglie e cadere nel vuoto del mondo, potere stare qui, sospesa, mi fa stare bene.

Posso preoccuparmi per cose reali. Il mio bestiario fantastico di disperazione e orrore tace, e la notte, nel silenzio irreale che avvolge al città in quarantena, sento la sirena delle ambulanze che corrono nelle strade deserte verso l’ospedale civile. Io abito poco lontano, ma il suono della sirena si sente da lontanissimo, da nord, da ovest, a chilometri di distanza, e a volte aspetto di sentirlo diventare fortissimo e poi allontanarsi, e mi domando chi sta trasportando quell’ambulanza, e se ce la farà o no. Non posso fare niente. Accarezzo un gatto, se sta dormendo vicino a me. Accendo la luce e leggo. Controllo le chat. Chiudo gli occhi.
Le chat sono diventate importanti. Parliamo di stupidaggini, ma anche della morte della mamma di G, delle nostre paure. Ridiamo molto. G ci ha raccontato della cerimonia funebre su whatsappm ci ha scritto:
Era strano. E’ stata velocissima, tre minuti, con l’addetto delle pompe funebri che rispondeva al telefonino e mi chiedeva “vede la bara” ed io…. “Ma veramente vedo la sua faccia”. Poi per fortuna ha girato il telefonino…”.
E tutti, che singolarmente l’abbiamo consolato con lunghe telefonate, non abbiamo potuto fare a meno di citare Monty Python e lui ha postato un fotogramma del film di Renoir in cui i partecipanti al funerale devono correre dietro al feretro. Poi ci siamo detti cosa avremmo cucinato, ognuno nella propria casa, e lui, che è un cuoco bravissimo e fantasioso, ha postato ricetta e foto del coq-au-vin con cui si è confortato in quella sera di lutto.

Volevo tenere un diario serio di questo periodo straordinario, ma è impossibile. Succedono troppe cose, e tutte mi sembrano strane e significative. Il lavoro a distanza, le chat con gli amici, dormire a caso. Domenica alle sette del mattino, dopo una notte completamente insonne, per disperazione sono partita a piedi per andare in farmacia,, da mia sorella, per procurarmi Valium e una mascherina. E’ una camminata lunga, ci ho messo un sacco di tempo ad attraversare mezza città deserta. Quando sono arrivata là si poteva entrare uno alla volta, e ho fatto la coda per strada con altre quattro persone, ognuno su un pezzo di marciapiede, a metri di distanza, e l’unico uomo anziano presente, senza mascherina, con le mani dietro la schiena come davanti a un cantiere, si metteva in coda a mezzo metro dalla ragazza davanti a lui, che si spostava , e lui tranquillo si avvicinava a qualcun altro, ho immaginato di girare con una pistola ad acqua come dissuasore, ma non c’è verso, lo capisco, la mente è più rigida, la morte più vicina, si inculino un po’ gli altri penserà. Poi sono tornata a casa, sempre a piedi, alberi e uccelli si sono ripresi la città. Ogni tanto incrociavo una auto di pattuglia che percorreva lentamente le strade . Io che non camminavo da mesi ho fatto l’ultimo chilometro zoppicando, però i frutteti di San Bartolomeo erano tutti in fiore, e ho visto un pettirosso sostare tranquillo quasi a portata della mia mano su un ramo, siamo rimasti così tre o quattro minuti, senza nessuna paura, io col cuore che faceva pum pum di gioia. A, il mio ex marito, mi ha mandato delle foto di Venezia deserta, un De Chirico con i colori assoluti di una cartolina, il sole giallo, il cielo blu, le piazze immense e stupefatte. Senza di noi, devo dire, il mondo è bello.

A casa, dopo aver fatto al doccia e rimesso la mia divisa ufficiale della quarantena, una tuta, e ho dormito. Mi sono svegliata e non sapevo più che ore fossero o che giorno. Il silenzio e la primavera rendono i giorni tutti uguali. So che ho registrato la trasmissione del lunedì al telefono con S, poi ho partecipato in chat all’officina di un’altra trasmissione, quella del disagio mentale – eravamo tutti lì a discutere e continuavamo a disconnetterci, ogni tanto una faccia spariva o non si sentiva più una voce, bisognava riconnettersi e era un casino, però mi ha molto confortato. E di nuovo, verso le sette, ho registrato, sempre al telefono con S, la trasmissione del martedì.
E poi ancora ho passato 4 ore, la sera, tentando di produrre un video perché parte del mio telelavoro saranno video per bambini e adulti, solo che non c’era modo di far funzionare nessuno dei miei due computer, quello vecchio aveva la videocamera figa ma mi registrava a testa in giù, la videocamera di quello nuovo mi ritraeva in una foschia granulosa e sbiadita, neanche il telefono andava bene perché non riuscivo a tenerlo fermo, mi tremano leggermente le mani per via dei farmaci, alla fine erano le quattro del mattino e io avevo una gamba distrutta dalla camminata e la schiena a pezzi perché avevo provato a registrare il video sulla seggiolina, sul divano, seduta per terra, curva, dritta, i gatti nel frattempo mi disturbavano in ogni modo immaginabile, grattando, miagolando, saltando. La giornata non avrebbe potuto essere più piena, eppure l’aria è diversa, ogni suono in casa dice sono sola, sono sola.

E’ strano, mi manca abbracciare i miei amici, toccarli, prendere le loro mani, accarezzarli, io sono molto affettuosa fisicamente e per fortuna abito con degli animali, se no uscirei di testa, ma lo stesso io chiusa in casa sto bene. Sono sola, sono sola, e nell’ansia collettiva sto meglio di altri, perché sono ansiosa ma almeno il pericolo è reale, non sono danze macabre sul pavimento del mio cervello. Il mondo di colpo è in sintonia coi miei incubi di solitudine e pericolo, e io sono stranamente tranquilla.

Certo, voglio che finisca. E’ un disastro che cresce come una valanga, quasi ogni giorno c’è una nuova ordinanza restrittiva, ci implorano di stare in casa, ci minacciano di sanzioni, eppure l’altra sera la polizia ha chiuso un bar pieno di gente che faceva una festa con il karaoke.

Alla mia amica A fanno venire i nervi tutti i flash mob di applausi, canzoni, tarantelle, io penso che abbiamo paura, e vogliamo vederci, contarci, restare insieme, in qualche modo, e ognuno reagisce come può. Il mio amico G, quello della chat, dopo la morte e il funerale di sua madre, mi ha detto: Non mi sono mai sentito solo.E mi ha riempito il cuore di una cosa che non so come si chiami, credo che sia la sensazione che provi quando hai paura e vedi una lucina.

Nel mio quartiere ai flash mob non partecipa mai nessuno, per quanto ne so potrebbero essere tutti morti, più probabilmente sono dietro i vetri, che si sentono ridicoli o insofferenti. Mia sorella mia ha detto: E’ la paura arrabbiata che trattiene il respiro.

Quando ha fatto buio sono uscita sul terrazzo con la torcia del cellulare accesa, poi mi è venuto in mente che in camera ho una lampada assurda, con un lungo stelo su cui ho fissato, al posto del globo di vetro che si è infranto in uno dei miei molti incidenti domestici, una lampada colorata da tre euro che ruota e proietta strisce di luce blu, rossa, verde. L’ho messa bene in vista, e le macchie di colore comparivano e scomparivano sui rami dei pini, sul tetto di fronte, mi sembrava quasi che colorassero di lampi le nuvole basse, anche se ovviamente era impossibile. Poi sono rientrata, e ho scritto ad A. che non solo avevo partecipato al flash mob, ma l’avevo fatto con una lampada psichedelica. Lei ha riso molto.

La figlia minore della mia amica R, dopo tutti questi giorni in casa non sa più che film vedere. Le ho proposto la saga di Harry Potter, ma mi ha risposto ha paura di orchi e cavalieri neri. Ho scritto a R: Dille che ha ragione ad avere paura degli orchi e dei cavalieri neri, ma bisogna anche scoprire come si fa a combatterli.

Non sappiamo quanto durerà, cosa ci succederà, come cambieremo. Penso alla aziende che falliranno, alla gente senza lavoro da due mesi. Penso alla mia amica V e i suoi vicini che, ognuno nel suo giardino confinante, prendono il caffè insieme. Altri che conosco si mettono d’accordo per fare l’aperitivo di pianerottolo, ognuno sulla porta di casa propria.

La mia amica R mi ha scritto:
Non ho più l’insonnia.
È bellissimo non avere più paura di andare a dormire.
Non prendo più pasticche.
Le anime sono paradossali.

 robin-1

Informazioni su runpauline

Bibliotecaria, regina dei finti tamarri, conduttrice radiofonica, musicista, in psicoterapia da sempre, ho Venere al medium coeli e me ne dolgo. Prima di morire ho una lista di cose da fare che comincia con: Aurora boreale. con il nome diArabella Urania Strange scrive anche su una risista speciale: Quasi la rista che non legge nessuno http://www.obloaps.it/quasi/
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