L’usignolo della fine del mondo (Rorschach 25/03/2021 su Quasi, la rivista che non legge nessuno)

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RORSCHACH

L’usignolo Della Fine Del Mondo

Stamattina mi ha svegliato il temporale. Prima tuoni, profondi, di quelli che rotolano. Poi è arrivata la pioggia, e il rimbombo che seguiva il lampo di luce era musica per le mie orecchie!
«… infuria la tempesta equinoziale»: questo verso, non ricordo più se di un lirico greco o latino, mi si è stampato nel cervello in quarta ginnasio, e ancora è lì che infuria perché descrive così bene il tumulto dell’arrivo della primavera, dentro la mia testa, fuori nel mio giardino. Io sono nata, un mese in anticipo, proprio al culmine della primavera.  Quando ero piccola era tempo di giacinti viola in giardino, ora la settimana prima del mio compleanno gli ultimi campi incolti della città sono già pieni di papaveri. Cambiamenti climatici. Comunque la narrazione familiare insiste sul fatto che fosse un giorno di pioggia e di sole, e spesso penso a quanto sia lo specchio del meteo del mio cervello.
Amo la pioggia, specie la sera, o ancor di più la mattina presto, quando non ti devi alzare per andare a lavorare, ma puoi girarti sull’altro fianco e sprofondare felice nel brusio delle gocce che rimbalzano sul tetto. Ma anche la luce chiara di questi giorni di marzo mi incanta. Percepisci le ore di luce allargarsi delicatamente, come una bolla di sapone che soffi fuori dal cerchietto più dolcemente possibile, per farla diventare grandissima.

Dunque la primavera sta arrivando anche quest’anno come un’onda, ma non è più l’anno scorso, con il mondo senza umani infestato solo da alberi fioriti, rampicanti e uccelli curiosi, per nulla impauriti dal mio passaggio, in marcia nello scenario postapocalittico verso la farmacia. Quanto mi era piaciuto. Era bello anche sentirsi di colpo in equilibrio con l’umanità, che quasi tutta stava dando fuori di testa. E in quei due mesi ho dormito naturalmente, un miracolo, mesi magici il mio corpo si è concesso di ricordare che sensazione dà il sonno, sgravato da qualsiasi paura di risveglio coatto. Ho ricordato anche la fame. Diciamo che se non considero che sono morte migliaia di persone – sotto casa mia le ambulanze passavano ogni cinque minuti, e l’elicottero dell’ospedale mi sorvolava tre, quattro volte al giorno – è stata una primavera bellissima. Senza di noi. Un valzer lento. Io, in mezzo all’imbocco della tangenziale deserta, ho fatto una giravolta.

La sera mi sedevo sul terrazzo, guardavo le nuvole, la luna, le stelle. Poi andavo a dormire.
Adesso che quando rientro in casa mi calo un Tavor la magia è un po’ diminuita, è l’insidia dell’insonnia è di nuovo in agguato. Tre giorni fa non ho dormito per tutta la notte, e al mattino dovevo portare mio padre a fare il vaccino. Il mondo è lungi dall’essere senza di noi, questa volta: siamo dappertutto. Non possiamo assembrarci, cioè stare vicini, e questa violenza la pagheremo diventando disadattati per un bel po’, immagino, ma lockdown o no, il mondo pullula di umani.
Lo preferivo deserto, con quella primavera selvatica. È stato un lusso. Sono stata fortunata ad averla vissuta: potevo contemplarla, nessuno mi picchiava in casa, ero sola con tre gatti, avevo un lavoro stabile che potevo svolgere dal mio tavolino da tè, col portatile e i miei libri.
Adesso possiamo andare a lavorare, e dappertutto è pieno di gente. Claustrofobia ed emozioni contrastanti: gioia della prima luce, dei cieli azzurri o di tempesta, degli uccelli e dei fiori, e della farfalla grandissima che ho visto sabato; ansia quando sono in metropolitana. Il cuore che si mette a battere forte la sera, senza motivo. E due giorni fa ho fatto il dritto, sveglia da una mattina alla successiva. Verso le tre, seduta sul terrazzo, mentre per la decima volta valutavo se provare a tornare a letto, che magari il sonno non si accorge e inciampa in me, ho sentito l’usignolo.

Oooooooooh. God, un usignolo, vicinissimo, e mi sono ricordata che per qualche giorno era comparso anche l’anno scorso, nello stesso periodo. Ascoltando con attenzione ne ho sentito un altro che rispondeva.
Sentire gli usignoli mi fa sentire privilegiata. Come una tiara d’oro e diamanti. È notte. C’è il coprifuoco. Nessuna macchina rompe il silenzio. L’inquinamento luminoso non ci risparmia, ma sono fortunata, vedo il centro della volta celeste, e c’è sempre qualche stella quando non è nuvolo. L’usignolo cantava, dieci secondi. Poi, remota, la risposta. Sarà stato un corteggiamento? O ognuno dei due riaffermava il proprio territorio?

L’usignolo è un uccellino marrone e grigio, poco appariscente, poi lo senti cantare nel buio senza vederlo e non esiste più nient’altro, è la pura voce della notte e delle fate, delle tenebre e della gioia. Mi tornano in mente alcuni haiku. Uno è di Jorge Luis Borges, e fa strano, ma è perfetto, e così sudamericano:

16.
Lejos un trino.
El ruiseñor no sabe
que te consuela

Lontano un trillo.
L’usignolo non sa
che ti consola.

(da 17 Haiku)

Borges dà per scontato che io abbia bisogno di consolazione, ma non è così. O invece, che arrogante, non capisco che tutti abbiamo bisogno di consolazione, anche solo per il fatto diessere vivi senza capirci niente, e aver paura di morire, per di più.

Ma ora è notte, la sera è limpida dopo il temporale di stanotte, c’è una luna sottilissima che sembra una virgola storta tra due nuvole grigie e leggere, e sento di nuovo quel suono incantato. Non penso al ruiseñor, e nemmeno al rossignolet della macabra, antica canzone sul ragazzo che porta all’amante il cuore della madre, mentre nella notte buia risuona la «chanson sereine / du rossignolet jolie». Io penso all’uguiso , l’usignolo che è il kigo primaverile di tanti haiku giapponesi.

«Usignolo di fiume:
sui petali di pruno pulisce
le zampe infangate.»

Questo è Kobayashi Issa (1763 – 1828), uno dei più raffinati e famosi autori di poesia haiku.

Issa era un buddista della scuola della Pura Terra, forse la scuola più vicina ai concetti cristiani di paradiso e salvezza. È la compassione del Buddha Amida, a cui ci si rivolge col mantra Namu Amida Butsu, che può farci rinascere nella Pura Terra.
Anche l’idea di Mantra riporta a un tempo lento, scandito sì, ma che mira a scivolare fuori dal tempo. Un tempo sacro perché privo di qualsiasi orpello. Solo postura, voce. E tutto rallenta, e a tratti ti porta al centro di te stesso.

Ascolto il canto dell’usignolo e davvero, non è un mantra anche questo? In effetti, ho scoperto, il canto della Luscinia Megarthynchos, l’usignolo di cui parla l’haiku del samurai, che poi vi dico, viene percepito come “hooo hokekyoo”, e il Sutra del Loto, l’ultimo insegnamento del Buddha, è hokekyo. Un uccellino marrone e il Sutra che dice che il Buddha torna sempre a rinascere nel mondo, invece di entrare nel Nirvana, perché ogni singolo essere vivente deve poter trovare la Via, che è una affermazione rivoluzionaria e ribalta tutti gli insegnamenti precedenti. Le scuole buddiste erano tante e diverse, e certamente Issa invece il Buddha Amida perché lo tirasse fuori, alla prossima incarnazione, da questo casino.
E il samurai? È il mio haiku preferito sull’usignolo scritto da Issa:

«Il samurai
deve servire
anche l’usignolo.»

Fa un po’ Takeshi Kitano, è enigmatico: il samurai serve, come guerriero, un Signore. A lui si lega con una devozione che può spingersi al suicidio rituale Ma il samurai sa che l’usignolo simboleggia la modestia e la generosità della natura, in una posizione gerarchica superiore persino a quella del suo Signore. Perciò si inchina: si inchina alla compassione del Budda Amida, dei Buddha delle dieci direzioni. Alla grandezza e eternità in perenne cambiamento della natura, che è il modo in cui il mondo mostra amore. Si inchina per rispetto e consapevolezza.
La contrapposizione tra il samurai, che immagino come Itto Ogami, oppure vestito con le meravigliose armature che ho visto al MAO di Torino, e l’uccellino piccolo e bruno, che canta solo dopo il crepuscolo, e nessuno riesce mai a vedere, perché è piccolo, ed è buio, mi intrappola.

E penso: perché tanta ansia? Il mondo sta un po’ finendo, o ricominciando, non so. L’impermanenza non è mai stata così chiara, almeno per la mia generazione. Io però sono insonne, e felice. E mi inchino all’usignolo.

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Stupefatta (su Quasi, la rivista che non legge nessuno, 22/04/2021, per Sottoterra – e Bestemmie)

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Porco, porco, maiale, cane…. e non riesco a incollarci la parola dio, perché non ci credo. E tutta questa furia, contro cosa la scaglio? Contro la pastiglia che non ha funzionato? Contro i quindici giorni di effetti collaterali culminati nel cuore a 120 bpm, come la musica di una delle sale più idiote del vecchio “Number One”? Contro me stessa, che piango in continuazione? Contro la pandemia mondiale, contro il capitalismo che sta ammazzando chi già faticava, ma per fortuna Forbes ci informa che, proprio grazie alla pandemia, i miliardari sono aumentati? Contro un pensiero collettivo cieco, lento, stolido, che non riesce a spingersi oltre dopodomani, oltre il miomiomio, si fottano gli altri, come se non fossimo tutti intrecciati e annodati, sentivo dire incessantemente “loro”, adesso sento ripetere “noi” con la stessa nauseante mancanza di senso. Porcodio sarebbe un sollievo, invece io sono qui che un dio lo cerco: per dialogare «in modo pazzo, infantile o serissimo, con la parte più profonda di me», quella che, come Hetty Hillesum, «per comodità chiamo dio». È solo nel Profondo che riesco, a momenti, a trovare qualcosa che mi consenta di restare unita, non sfarfallarmi in miliardi di molecole.
Dalle mie parti si dice anche diopovero o diocaro, che pronunciate con intensità sono invettive feroci. Invertendole, Povero dio, caro dio, suona completamente diverso. E c’è una dea che a me è cara davvero.
Una povera dea che mi interessa particolarmente, perché cosa c’è nel Profondo, chi c’è sottoterra? Per me, intendo.
C’è Persefone.

La storia viene raccontata in molti modi diversi, ma la versione che preferisco è quella di Persefone che in mezzo a un prato resta θαμβήσας, stupefatta, dalla bellezza di un fiore, si china per raccoglierlo e sotto il fiore si spalanca una voragine, e il dio degli inferi, Ade, la trascina giù con sé. È un attimo: le ragazze nel prato, una coglie un fiore e il mondo dei vivi letteralmente si squarcia, e lei viene trascinata in quella che, pensando al mondo di Marceline the Vampire Queen di Adventure Time, chiamerò la Nightosphere. Un mondo oscuro, abitato da spiriti di morti, senza erba, alberi, fiori, niente, solo penombra, o cupa tenebra.
Una volta sottoterra Persefone compie un secondo errore fatale e vegetale: mangia alcuni chicchi di melagrana. E il destino di chi consuma del cibo nella Nightosphere è di restarci. Cioè, un conto è farci un giro, un altro farci uno spuntino, anche microscopico: sei chicchi di melagrana. In altre versioni i grani sono di oppio, le due coppe di semi si assomigliano, e l’oscurità che attanaglia Persefone diventa più comprensibile: Persefone è di nuovo stupefatta, stavolta da una droga potentissima che le scassa il cervello. Facile muoversi nelle ombre, da lì in poi. Ma io preferisco il frutto del verde melograno dai bei vermigli fior.

Cosa ci fa una melagrana agli Inferi? Certo, Ade mangia. È un dio. A che serve essere un dio se non si può bere e mangiare? Perché la Nightosphere, come la notte che le dà nome, è parte della terra, solo che è la parte sotto, quella oscura. Oscura come l’interno del nostro corpo, se nessuno lo apre. Anche la melagrana è buia, dentro, finché Persefone non la spacca per mangiucchiarne sei piccoli semi. Che grazie all’intercessione di Zeus diventerà anche il numero dei mesi in cui Persefone sarà vincolata al sottosuolo, e al suo oscuro marito: gli altri sei mesi li passerà sopra la terra, con la madre Demetra, che si era rifiutata di far fiorire i raccolti, incazzata e disperata, se la figlia non le veniva restituita.
Non è dato sapere se Persefone sottoterra si trovi bene o no. I racconti divergono. In alcuni si innamora del re della Nightosphere e accetta di buon grado di fare la regina dei morti. In altri è una delle tante donne prigioniere di un matrimonio che le ha travolte contro la loro volontà. Di sicuro non rifiuta di tornare in superficie per tutta la primavera e l’estate, quindi è evidente che fare la moglie e la regina non le basta. Anch’io amo il buio, ma se è buio sempre diventa come l’acqua per i pesci, quelli che al pesce anziano che dice «Oggi l’acqua è fresca» chiedono «Cos’è l’acqua?».
Si può vivere solo in un mondo di differenze e opposti. Voglio vedere il buio, voglio vedere la luce. Se no, non ha più senso “vedere”. Voglio saperli, annusarli, respirarli.
La mia Persefone preferita è quella del quadro di Dante Gabriel Rossetti Proserpina, versione latina del nome. Persefone guarda verso l’esterno del dipinto, sbircia un punto da cui trapela la luce, che vediamo rischiarare la parete alle sue spalle. Fra le dita bellissime stringe ancora la melagrana aperta, con i suoi semi di rubino. Il frutto spaccato somiglia a una ferita slabbrata, a una vagina: mica per niente la sensibilità dei preraffaelliti è stata criticata perché fleshy, carnale. Il viso è indecifrabile. È inquieta? È pensierosa? È cupamente inferocita? Non lo so. Potrei scrutare il quadro, che sta alla Tate Gallery, per ore. Lo guardo, miniaturizzato, sul magnete da frigo che ho comprato a una mostra sui preraffaelliti. In questo momento serve a tenere ferma una ricetta per la visita dallo psichiatra, con una data lontanissima e inutile.
Dimmi, Persefone, come va lì sottoterra? Sei pronta per riemergere? Quel piccolo tralcio verde di edera alle tue spalle, rannicchiato vicino al raggio di luce, non ti basta più? Mi sembra logico: quando sei stata strappata alla luce eri in mezzo a un prato.

Proserpine 1874 Dante Gabriel Rossetti 1828-1882 Presented by W. Graham Robertson 1940 http://www.tate.org.uk/art/work/N05064

Come me e Persefone, anche Dante Gabriel, non stava tanto bene. La data sulla tela è “1874”, ma sappiamo che l’ha dipinto per sette anni su otto tele diverse. Era un periodo complesso. Nel 1869 si era fatto convincere a riesumare la moglie morta – Elizabeth Siddall, la bellissima Ophelia di John Everett Millais che da un poster sorveglia la mia “stanza del tè”, cioè l’unica stanza della mia casa in cui ci sia spazio per sedersi e prendere il tè – per riprendersi le poesie che aveva sepolto con  lei. La modella di Proserpine è Jane Morris, moglie di William Morris, socialista, scrittore, poeta e disegnatore di tessuti: lui e Rossetti avevano affittato Kelmscott Manor, nell’Oxfordshire, come casa per le vacanze, e Dante Gabriel aveva convissuto con Jane per anni mentre William viaggiava in Islanda. Pamela Todd, in The Pre-Raphaelites at Home (2001), scrive che il quadro rappresenta il picco della sua ossessione amorosa, che era «obsessed and consumed [da Jane] in paint, poetry, and life». Forse è proprio la natura complicata di quella relazione a rendere il dipinto così ipnotico: uno sporgersi e ritrarsi dalla luce verso il buio e viceversa. Sicuramente Rossetti era un frequentatore della Nightosphere. Un uomo complicato. Faceva recuperare un manoscritto sgrovigliandolo dai riccioli rossi di una donna morta, ma abitava con un wombato, un lama e un tucano, a cui faceva indossare un cappellino da cowboy per fargli cavalcare il lama. I critici attaccavano la sua poesia, troppo “carnale”, e lui si disfaceva di whiskey e idrato di cloralio – una droga molto di moda che verrà poi spazzata via dalle benzodiazepine – distruggendosi i reni e sprofondando in una psicosi. È morto a 53 anni, sono già più vecchia di lui. Persefone è giovane per sempre nel dipinto alla Tate. Non so, vorrei poter fare sei mesi dentro il quadro e sei mesi fuori. Mi basterebbe, in questo momento.

Sprofondare, sottoterra. Con le cose che marciscono e diventano concime e diventano vive di nuovo. In un processo immemore, mica ci accorgiamo di quel che siamo stati, con le nostre molecole, i nostri atomi. Persefone lo sa. Conosce il buio, ma non ignora la luce. Sa scendere ma anche ritrovare la fessura per risalire.

In una raccolta di racconti accompagnata da belle illustrazioni in gradazioni di grigio intitolata Le cronache di Harris BurdickChris Van Allsburg, scrittore e illustratore di Jumanji e Polar Express (con cui si è portato a casa due Caldecott Medal), ha chiesto a quattordici scrittrici e scrittori di inventarsi dei racconti horror ispirati alle illustrazioni attribuite a un tale, appunto, Harris Burdick. Il racconto che mi ha folgorato è Le sette sedie di Lois Lowry, quella di The Giver, il libro distopico censurato da alcune biblioteche americane perché a un certo punto racconta l’eutanasia di un neonato, non abbastanza “normale” per il mondo stabilissimo e immoto che una parte di umanità ha creato e protegge a ogni costo dalla deviazione. La storia delle sette sedie esordisce da una premessa: le bambine sanno levitare. Tutte, più o meno. Lo fanno naturalmente, da neonate, ma nessuno crede ai propri occhi se le vede sollevarsi dalla culla. Siccome poi tutte crescono e dimenticano, affascinate dalla scoperta del mondo, il problema delle bambine volanti non si pone.
Ma qualcuna si ricorda, e continua a praticare in segreto l’arte di sollevarsi da terra. E una di loro in particolare, quella di cui ci viene raccontata la storia, scopre anche che ci sono sedie che più volentieri di altre si sollevano con lei. Di sedie con la propensione al volo ne scopre sette. E il racconto termina con un’immagine che, anche se l’illustrazione, delicata e potente, è tutta in una gamma di grigi, io nella mia testa vedo a colori: una donna su una piccola sedia che levita, incantata, sotto le arcate di una cattedrale gotica, coperta dall’arcobaleno di colori delle vetrate. E mentre lentamente galleggia sente «la sensazione familiare di far parte di un grande sodalizio di esseri umani di ogni parte del mondo. Erano tutte donne. Tutte loro stavano ricordando. Tutte cominciavano a sollevarsi e a librarsi per aria.»

Persefone, ricordati della sensazione familiare di essere parte di un sodalizio umano. Che dalla Nightospere, in cui periodicamente sprofonda, si libra altrettanto periodicamente, verso l’aria e la luce. Cara dea, non ti chiedo altro. Solo di ricordarti.

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And life steps almost straight (su Quasi, la rivista che non legge nessuno 28/04/2021) – Rorschach, Settimana 25 Aprile: This Magazine Kills Fascists)


Ecco qua tutto il pezzo.

Certi giorni mi sembra di essere tristissima, poi capisco che sono arrabbiata, inferocita, traboccante di un’ira furibonda: Ma mi viene più facile sprofondare nella tristezza, e confondermi. Poi seleziono nella mia playlist Adam and the Ants, e la differenza tra le due emozioni diventa cristallina. Adesso sta suonando Dog Eat Dog. «You may not like / The things we do / Only idiots / Ignore the truth.»
E mi rendo conto che in questo mondo, in questa casa collettiva che per ferocia mi ricorda la mia casa originale, quella dove sono cresciuta – che come in un presepe maledetto convive, in una distesa di casette, con tutti gli altri luoghi fisici e non in cui ho abitato – io non sono triste, sono inferocita.

Qualche giorno fa eravamo in quattro intorno a un tavolo, in distanziamento rispettoso, e chiacchieravamo. Non ci vedevamo tutte insieme da mesi. Parlavamo di tutto. Poi è saltata fuori Genova: fra qualche mese saranno passati vent’anni. Ne parlavamo come se fosse successo la settimana scorsa. Certe cose restano lì, come le piramidi, eoni di vento e sabbia le corrodono solo un pochino, le vedi sempre svettare a chilometri di distanza. Due di noi c’erano state, due no, avevano seguito la cronaca del disastro del G8 da casa. In un minuto scarso ne stavamo parlando come se ancora potessimo fare qualcosa, qualsiasi cosa, per cambiare il passato. Perché era troppo atroce.

Ho chiamato questo posto Rorschach perché non pretendo di avere una visione oggettiva del mondo: sarà sempre proiettiva. Lo so, e cerco di comportarmi di conseguenza. Senza verità assolute, mangiando la realtà e giudicandola sulla base del piacere o della nausea che mi provoca. E vent’anni fa la nausea è stata indicibile. Non sono mai riuscita a guardare per intero un video, ad ascoltare fino in fondo una testimonianza pubblica. Fa troppo male.

Sono cresciuta nel rispetto della Legge, e dei suoi rappresentanti. Non solo i Maigret, i Derrick, i Colombo, ma anche la mia educazione, persino il mio curriculum di studi mi avevano sotterraneamente convinto che l’Ordine a cui si riferivano le Forze fosse concepito per proteggermi. Avevo già tutti gli elementi per capire che così non era ma, come dice Adam, «It’s easy to / Lay down and hide / Where’s a warrior / Without his pride?» È facile tenere la testa bassa, e io non ho mai voluto essere una guerriera. Mi accontentavo di non prenderle.
Ahahahahahahahahha. Come se bastasse tener la testa bassa per non farsi menare.
Lo sapevo, ma non volevo saperlo. Poi sabato 21 luglio 2001 sono tornata a Genova perché avevano ammazzato Carlo Giuliani. C’ero stata già il giovedì, alla manifestazione dei migranti, insieme ai miei colleghi dell’ufficio Stranieri del Comune. Una giornata bellissima. Il venerdì ero a casa, e ho ascoltato la radio, e con il mio compagno ci siamo detti: ma che cazzo sta succedendo? Dobbiamo tornare!

E lì, più ancora che nella mia prima, infelicissima esperienza con il sesso, ho perduto l’innocenza. Meglio così. Sono contenta – e stomacata, e inorridita – di avere visto. Lì c’era poco da proiettare. Botte, lacrimogeni neurotossici, sfilate di mezzi blindati con robocop trionfanti che esibivano armi da guerra. Gente allo sbando, vicoli che diventavano improvvisamente trappole, cariche insensate, migliaia e migliaia di persone che incrociavo e avevano sulla faccia la mia stessa espressione smarrita e terrorizzata. Per fortuna il mio compagno aveva una formazione diversa dalla mia, e la guerriglia urbana non lo coglieva impreparato. Mi ha insegnato a scappare.

Poi per nove anni mia sorella ha avuto un fidanzato carabiniere. Un ragazzo dolce, gentile, gli ho voluto bene davvero. Dissonanza cognitiva a mille, come una campana  gigante che faceva DONG ogni volta che parlavamo.

Dovendo mettere insieme queste esperienze e la mia natura, che è gentile, e cerca sempre, istintivamente, di concentrarsi sull’unicità delle persone e non sulla loro appartenenza a un gruppo, ho capito che per me c’era una sola strada percorribile.

Se questa rivista ammazza i fascisti, vorrei che ammazzasse il fascista che c’è dentro di noi. In alcuni casi è un fascista molto grande, e occupa quasi tutto lo spazio. In altri è piccolo come una nocciolina, un calcolo renale, ma c’è. Se non lo sai è un guaio. I fascismi saltano fuori come brutti pupazzi a molla nei contesti più diversi. Ogni volta che non si considerano i deboli, per esempio. O si danno per scontati dei privilegi, senza considerare quanti siano gli esclusi. O si giudica a priori, inconsapevoli della forza bruta che il proprio giudizio manifesta. Non ti vedo, non mi soffri qui davanti, quindi non esisti. Esiste solo la mia sofferenza, la mia paura che facilmente si dissimula esprimendosi come rabbia, arroganza orgogliosa, perbenismo bigotto. Cane mangia cane, appunto. Se siamo tutti cani – cani finti, perché i cani non fanno queste cose – allora è una questione di denti.

Questa rivista parla di occhi, non di denti. È un luogo che sento accogliente, ed è pieno delle cose che mi fanno stare bene. C’è tantissima, tantissima bellezza. Energia.  E una compagnia eterogenea di gente che non conosco neanche, a cui mi sono affezionata comunque durante questi mesi condivisi. Se stai leggendo, spero che sia successo anche a te.
La bellezza non salverà il mondo, ma certi giorni salva te, o me.

E la stranezza. Dove non c’è posto per la stranezza, non c’è posto per me. La stranezza è complessità, e fa posto a traiettorie di ogni tipo, nessuna delle quali è completamente innocente. Io apprezzo particolarmente quelle a zig zag, in cui ci si corregge di continuo.

Sono antifascista. Non perché da vent’anni passo il mio giorno libero in una radio antifascista. Non perché vado alle manifestazioni per i diritti di migranti, donne, lavoratori sfruttati. Perché il fascismo è brutto. Può fingersi bello, ma è pacchiano. Soprattutto, tende a creare inquadrature che lasciano fuori troppe cose. Quando guardi un’illustrazione, o leggi un fumetto, l’inquadratura è tutto: ma sai che fuori dai margini c’è il mondo, e solo infilandoci dentro la testa e guardandoti in giro puoi dare davvero valore all’inquadratura, capire cosa ha scelto di escludere. Se il mondo fosse costituito da un solo oggetto, non ci sarebbe inquadratura, ma rappresentazione. Non è così. Già il fatto che io scrivo e tu, in questo momento, legga lo dimostra. Vorrei sporgermi per guardarti in faccia.

Tanti anni fa, nella biblioteca in cui lavoravo, si presentava spesso un grosso, grasso, informe naziskin. Si chiamava G. e mi aveva preso in simpatia. Era giovane. Era idiota. Era commovente. Un giorno ha incrociato un altro utente che conoscevo, che faceva l’educatore in un centro di aggregazione giovanile in uno dei quartieri più caotici della mia città. Si sono abbracciati. Ovvio, il mio naziskin veniva da una famiglia sfasciata. Leggeva voracemente, in quel periodo era in piena fase Lovecraft. Non perché Lovecraft avesse scritto roba pesantemente razzista in gioventù, credo non lo sapesse neanche: lui voleva Cthulhu, voleva l’orrore indescrivibile, indecifrabile di Dagon che rovescia la testa all’indietro, aggrappato alla stele nella distesa fangosa, e urla. Io a volte lo sgridavo, lo minacciavo di cacciarlo, come quando mi diceva che il Diario di Anna Frank era un libro di fantascienza. Lui tornava, e tornava. Sono sicura che è stato lui a rubare una scatola di libri nuovi, per pura voracità. Chissà che delusione quando l’avrà aperta: erano tutti albi illustrati per bambini. Era così grosso, così solo: un elefante della solitudine.  Mi raccontava della sua band scalcinata, che suonava cover degli Slayer – poveri Slayer, immagino i loro giri potenti massacrati da quei nazisti dell’Illinois.
L’ho perso di vista. Anni dopo, cercando di rintracciare un libro mai restituito, ho scoperto che era morto. Nel sonno, così. Mi sono ricordata dei suoi occhi gialli. Ho pianto.

Se potessi, vorrei che questa rivista salvasse i fascisti. Da loro stessi, dalla loro visione piccola e patetica, così crudelmente limitata. Mi accontento che salvi me, a volte, dalla mia  oscurità: «Darknesses – / Those Evenings of the Brain -» dice Emily Dickinson. Perché «We grow accustomed to the Dark – / When Light is put away -», ci abituiamo al buio quando la luce ci viene tolta. E poi è tutto un vagare, e sbattere negli alberi. Ma «Either the Darkness alters – / Or something in the sight / Adjusts itself to Midnight – / And Life steps almost straight.». L’oscurità muta, oppure siamo noi che adattiamo i nostri occhi alla mezzanotte, e la vita prosegue quasi, quasi, dritta. Cioè anche un po’ storta, e va bene così.
L’arcobaleno è nella luce, è nelle figure. Con un po’ di sforzo, nelle parole. Spero che questo resti un posto di arcobaleni. E di gente che ha il coraggio di sbattere negli alberi, pur di inventarsi una strada, annusare un sentiero.

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Preghiera di memoria e desiderio (07/04/2021)

La mattina è fredda, ma luminosa. E’ il 7 aprile, mio padre compie 91 anni, e immagino che anche stamattina si sveglierà pensando, in qualche angolo del cervello: ce l’ho fatta, ecco un altro giorno. Immagino solo, perché non so come ci si sente quando si è sopravvissuti a quasi tutti quelli che conosci. Strano pensare che morirò anch’io. Non ancora però, spero, perché da una settimana circa ho cambiato prescrizione farmacologica, e voglio vedere come va questo circo di effetti collaterali, se si acquieterà e mi renderà di nuovo praticabile la vita, se mi farà libera.

La sensazione è di essere su un’altalena, che a volte si incanta a mezz’aria. Se oscilla dalla parte up sono cieli, fiori, il canto degli uccelli, la trasparenza dell’aria, essere viva. L’oscillazione inversa mi riporta nel territorio delle ombre, dei dubbi, dei pianti improvvisi, non ce la faccio, non ce la faccio. Poi bang, riparto verso l’alto. Dire che ci sono abituata non esprime correttamente la sensazione che provo. Che è quella dell’esperimento, e della speranza cauta: funzionerà questa combinazione di molecole? Dopo una tempesta furiosa, ci sarà la quiete? Una quiete minima, fragile anche, ma limpida, con il pensiero che funziona, l’io che si ricompone. Poter pensare, e poter non pensare: ecco i regali che vorrei in cambio di tutto questo subbuglio mistico euforico disperato perduto. So di non poterci fare niente: dentro di me “infuria la tempesta equinoziale”, vorrei tanto ricordarmi il poeta che ha scritto queste parole, che mi passano per la mente quando sono in questo territorio. C’è qualcosa di formidabile nella capacità di noi matti di abituarci agli scossoni che provoca inserire qualcosa di chimicamente estraneo nel nostro corpo, e poi aspettarsi vomito, nausea, dissenteria, ipersensibilità agli odori, botte di calore, sogni lunghissimi e contorti che hanno sempre qualche ingrediente dell’incubo, scossoni umorali. A testa bassa, aspettiamo che poi vada meglio. Perché prima non andava bene più, e gli psichiatri riprovano, a volte con noi a volte per conto proprio come macchine da guerra. E noi mandiamo giù la pastiglia nuova, grande, piccola, losanga, capsula… io lo faccio, e penso: speriamo che non sia come quella volta che mi sono venuti i sintomi del morbo di Parkinson. Lo penso con fervore, perché voglio rientrare nel mondo, tutta intera.
Che poi, non è proprio rientrare nel mondo: sommare una pandemia con lock down agli sbalzi feroci del cervello bipolare è un’avventura, sposta tutti i parametri. Se prima non avevo la forza di vedere nessuno, adesso ce l’avrei ma non posso vedere nessuno. Ho guadagnato la voglia, il desiderio. E’ già qualcosa.

Il desiderio era una delle cose che il farmaco che prendevo prima, e non funzionava più, aveva comunque distrutto. Quello fisico, di strofinarsi contro un altro corpo umano. La nuova prescrizione dovrebbe attenuare questo effetto, e mi sembra che ci stia riuscendo. Quindi non solo monitoro il mondo fuori, quale albero ha messo le foglie, quali uccelli cantano la notte quando non dormo, se la clematis profuma o no, quante api ho visto, quante farfalle e quali fiori; monitoro il mondo dentro, i pensieri, i sentimenti, le paure e le gioie improvvise, e non so se temere più le prime o le seconde. Perché essere felici immotivatamente, che è uno dei doni della sindrome bipolare, è anche un gigantesco segnale luminoso di pericolo. Lo è davvero. Ma io non voglio rinunciare a questa gioia, fatta di niente, fatta di essere e tremare sull’orlo del futuro, ma spalancata, completamente. Mondo, attraversami, c’è spazio tra le mie molecole, sono rarefatta ma intera, posso accoglierti, vieni. “La cosa che meno mi piace del mio lavoro” ha detto il mio psichiatra “è tirare giù quelli che sono in up”. Lo capisco, ha ragione. Ho capito anch’io il legame tra gli eccessi. Eppure quella gioia è talmente parte di me che non riesco a immaginare un mondo che ne sia privo. Un mondo svuotato, sarebbe.
Quello che voglio sono degli argini, solidi. E poi scorrere fra gli argini nei miei modi, poca acqua fangosa oppure onda di acqua piovana, l’importante è non straripare, e non estinguermi completamente. Si può fare? Psichiatra, dimmi che si può fare. Perché poi sono disposta ad accettare tutto, come accetto questi giorni in cui un momento ho fame e il minuto successivo guardare il cibo mi da il vomito. Accetto di svegliarmi bagnata fradicia di sudore, col ricordo di un complotto e di un perdermi in città sconosciute. Accetto la corsa in bagno per sedermi sul water o inginocchiarmici davanti. Accetto di piangere, piangere, piangere perché leggo qualcosa, guardo qualcosa che mi ricorda la fragilità della vita di tutti. Accetto l’ansia, e le gocce per placarla, e aspettare che facciano effetto, col cuore che ha accelerato per conto suo come un treno che spero non deragli. Effetti collaterali dei farmaci: a volte si attenuano, a volte no. Da lì, dipende da quel che sei disposto a sopportare. Io prego la mia preghiera, che non voglio essere schiacciata, voglio respirare, e accorgermi del mondo, fare cose senza che mi sembri di arrampicarmi su per una montagna, voglio ricordare.

E la confusione: liberami dalla confusione, pastiglia microscopica ma potente come una pallina di uranio, fammi ricordare cosa ho fatto due minuti fa, se ho parlato o no con qualcuno, se mi sono ricordata di inghiottirti. Un po’ fa ridere: prendere una pillola per ricordarsi di prendere la pillola. Un po’ non fa ridere, perché passare ore a cercare un oggetto che avevo in mano a un certo punto e ora non so più dove sia, e a volte è in bella vista sul tavolo, e io non lo vedo, e lo cerco, e mi succede dieci volte al giorno, no che non fa ridere. E’ come un secondo lavoro. E le parole! Ho inventato una tecnica mantra: quando sento il vuoto nel cervello comincio seriamente a recitare Ambarabàciccicoccò, tre civette sul comò, e se arrivo in fondo senza distrarmi la parola riappare, si riallaccia un percorso del cervello che si era perso come quei sentieri che finiscono in niente, erba alta, nessun passo umano. Allora respiro. Io e la mia mente facciamo pace. E questa sensazione fa parte di quello che chiamo Io. Un riannodarsi, ordinarsi, incastrarsi a mosaico di mille pensieri, tratti di personalità, idee, paura e desiderio. E memorie, come dice T.S. Eliot parlando di questo mese, Aprile, che è il più crudele perché mescola memoria e desiderio, risvegliando radici ottuse con la pioggia della primavera.

Allora io vivo in un aprile perenne.
E prego: pastiglia nuova, quando hai finito di sconquassarmi, quando i miei neurotrasmettitori si saranno abituati al tuo tocco, lasciami vivere questo aprile. Pioggia, sole: accetto tutto. Lo desidero, perfino. Sono io. Non lasciare che io mi disintegri. Amen.

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Dài A Un Uomo Una Pistola E Può Rapinare Una Banca. Dài A Un Uomo Una Banca E Può Rapinare Il Mondo.

Uno stranoanello di Arabella Urania Strange. Se lo leggete sul Blog di Quasi, la rivista che non legge nessuno, è più bello.

Odio le banche. È un odio antico e infantile, inestirpabile.
A casa nostra, famiglia medio borghese, padre dirigente di ente locale e madre casalinga, la paghetta settimanale non è mai esistita. Mia sorella e io provavamo a chiedere, animate da un desiderio di equità – tutti i nostri amici prendevano la paghetta, ergo era un desiderio legittimo – di ricevere qualcosa, c’erano le lire, 500 lire sono l’equivalente di 25 centesimi, erano richieste miserevoli. Ma mio padre, il detentore di tutto il sapere e il controllo economico della casa. Diceva «no». Diceva «dopo», poi diceva «no». Ogni volta pensavamo, dai, stavolta ce li dà, i soldi. Ma quell’uomo è riuscito a evitare di darci la paghetta ogni singola domenica della nostra vita insieme. Però, ogni tanto, dei soldi arrivavano: i nostri parenti ricchi a natale, o il giorno del nostro compleanno, o perché era domenica, ci davano delle banconotine da 500 lire, 1,000, e quando tornavamo a casa con quei biglietti sudati stretti nel pugno mio padre compariva con la “cassettina”. Era un oggetto pesantissimo, di ferro, color viola scuro, con una fessura in alto e una specie di maniglietta. Non era un salvadanaio: non si poteva aprire se non in banca. La cassettina della Cassa Rurale di N. Mi ricordo il peso, crescente negli anni, mi ricordo la riluttanza con cui infilavamo le nostre mance nella fessura e le vedevamo scomparire. Dentro la cassettina era buio. Se la scuotevi forte sentivi anche qualche moneta accomodarsi. Ogni volta che tornavamo a casa da queste visite speravamo che mio padre si dimenticasse, ma la cassettina era inesorabile, «bambine, mettete dentro i vostri soldi», noi ubbidivamo e poi guardavamo con struggimento mentre veniva rimessa sulla mensola. Cassa Rurale di N. Mi vengono i brividi di fastidio ancora oggi. Quando avevo circa 15 anni, e mia sorella 11, la cassettina è stata aperta – non davanti a noi, almeno avremmo avuto un momento da Zio Paperone, con monete e banconote sparse su un tavolo, fosse anche quello del contabile della Cassa Rurale – e con il contenuto i miei genitori hanno comprato delle mensole per la nostra stanza. Quando ce l’hanno detto non credo nemmeno che abbiamo reagito, ricordo però una crisi di riso condivisa in camera, già allora il delirio della situazione ci era chiaro. Ci avevano portato via le nostre mille lire per anni per comprare delle mensole. Io vorrei averla, quella cassettina metallica vuota, per lanciarla nel Po gridando «Il denaro è lo sterco del demonio», oppure «diomadonna», o la poesia di Larking «Mamma e papà ti fottono». Sentirei il plunk di quando affonda con piacere fisico, ancora oggi.

Dovrei dire anche che odio i soldi. Sono perennemente sull’orlo del tracollo. Il mio psicanalista mi ha fatto notare che tratto i soldi come merda: me ne devo liberare prima possibile. Quando si poteva, prendevo lo stipendio in contanti, li infilavo in un cassetto, con un livello di sicurezza pochissimo efficace, ma potevo rendermi conto di quanto avevo speso, di quanto mi rimaneva. Erano lì, pezzi di carta, solidi, liquidi nel comportamento ma li potevo contare. Poi la legge ha imposto ai dipendenti degli enti pubblici di depositare lo stipendio su un conto corrente. Per me è stato l’inizio della fine. Se non li vedo, non esistono. Se devo visualizzare una pagina su un sito web per capire se mi restano dei soldi, mi sento subito stanchissima. Sono un’astrazione. Che governa le nostre vite, le distrugge a volte, ma sono, nella mia mente, illusioni. Sono una convenzione, ma se nella meccanica quantistica a volte vale la pena di prendere atto di un meccanismo anche se non se ne capisce ancora la causa, coi soldi è il contrario: il sistema non funziona, ma gli economisti ci spiegano perché dovrebbe funzionare. Il denaro è da sempre oggetto simbolico, ma la sua materialità era rassicurante, Ora con denaro immateriale compriamo beni immateriali, o addirittura riceviamo gratuitamente i beni immateriali (una app, per esempio) in cambio di altri tipi di pagamento immateriale, come la possibilità di estrarre i nostri dati personali. Per un cervello come il mio, è sbigottimento quotidiano. Arbitrarietà pura. Ho anche la sensazione che questa smaterializzazione del processo – soldi uguale beni e servizi – sia connessa con la miopia con cui altre necessità  immateriali sono ignorate, come il benessere, la gioia, la dignità, il piacere, la relazione, la scoperta. Si vede molto bene durante questo lockdown 2021: si può fare tutto, purché sia lavorare e consumare. Gli spettacoli, i concerti, gli incontri che abbiamo perduto in quest’ultimo anno rivelano una sorta di orwelliano «tutti i beni sono immateriali, ma alcuni sono più immateriali di altri».

Eppure c’è una banca che ho amato. Altrettanto fondamentale, nella formazione del mio immaginario, della cassettina della Cassa Rurale, la Bailey Brothers Building and Loan di Bedford Falls. Nel 1938 un autore di libri storici della Pensylvania, Philip Van Doren Stern, si sveglia da un sogno che ricorda A Christmas’ Carol di Charles Dickens. Trascrive la storia, la sistema, la intitola The Greatest Gift e nel 1943 la pubblica, inizialmente a proprie spese, poi vendendola a riviste come “Good Housekeeping”. Una di queste riviste, e mi piacerebbe che fosse “Good Housekeeping”, finisce in mano al produttore della RKO David Hempstead, che la fa vedere a Cary Grant, Grant è interessato al ruolo principale e la RKO, nel 1944, compra i diritti della storia per 10,000 dollari, poco meno di 150.000 dollari odierni. Tira e molla, il film non si fa, e per gli stessi 10.000 dollari la RKO rivende i diritti alla Liberty Films di Frank Capra. Bum! James Stewart accetta il ruolo principale e nel 1946 esce It’s a Wonderful Life, Gli incassi derivati da questo film sono incalcolabili. Io l’ho guardato almeno trenta volte, forse di più. Lo adoro: Bedford Falls, modellata sulla cittadina di Califon, New Jersey del tempo, era il luogo del combattimento tra la luce e le tenebre per me, pur essendo un film natalizio per famiglie aveva una patina oscura, cupamente drammatica. Ora l’ho ridimensionata – in parte, perché Clarence l’angelo per me è assolutamente plausibile e reale – nel luogo della lotta del capitalista malvagio contro il capitalista solidale. La banca del film, la Bailey Brothers Building and Loan, è un’azienda a conduzione familiare, stressantissima, gestita da tre o quattro persone che ci perdono il sonno, ma riesce a concedere mutui per edilizia popolare trasformando il volto della cittadina, svuotando  i quartieri malsani, fornendo case agli immigrati. I loro soldi sono materiali. Quando la grande crisi porterà la folla terrorizzata a riversarsi in banca per ritirare i propri risparmi George Bailey, il protagonista, si rivolge alla folla come a un gruppo di amici e vicini di casa, ricordando che i loro soldi sono investiti nella casa di John, Paul, George…. gente che conoscono, case che possono vedere: e quando la rivolta è sedata e la banca riesce a chiudere i battenti all’ora regolare, invece di sbarrare i portoni come hanno fatto molte altre banche, la famiglia Bailey e l’impiegata devota ripongono i due biglietti da un dollaro residui nella cassaforte facendo un balletto di gioia. Quei due dollari sono tangibili. Li vediamo in un cestino. Sono stropicciati, realistici, concreti. Poi il film ha un arco narrativo che adoro, e credo tutti conoscano. Il viaggio tenebroso nel “mondo senza di te” che George compie insieme all’angelo Clarence, che poi è un viaggio in un mondo più povero, più indurito dalla miseria, non smette di affascinarmi. Clarence non è il fantasma dei natali futuri, con la morte che incombe, è ciarliero e amichevole, perché ci porta in un mondo senza morte, perché senza vita. Un mondo parallelo. L’ucronia più piccola che ci sia: un mondo in cui manchi solo tu. Eppure, tesi del film, anche quest’unica assenza, sei hai lavorato, se hai costruito, se hai avuto la responsabilità dei soldi degli altri e l’hai gestita con correttezza, stravolge il mondo. Camposanti desolati dove dovrebbero sorgere villette a schiera. I soldi ci sono, e qualcuno deve occuparsene. Se è un martire santo che antepone l’interesse della collettività al proprio, il sistema funziona,

Ecco, io alla Bailey Brothers Building and Loan ci andrei. Come ripiego ho scelto la Banca Etica. Almeno so che non ci depositano soldi i mercenari lombardi.
Perché, per il resto, io odio le banche,
Le odio come i bambini Banks in Mary Poppins: perché devo mettere il mio soldo in una cassaforte? Io voglio comprare il mangime per i piccioni. Voglio vedere che qualcosa cambia, e non parlo delle cifre dell’estratto conto.

Ovviamente mi entusiasmano i film in cui vengono portate a termine rapine clamorose. In Point Break di Kathryn Bigelow l’adrenalina scorre nelle scene di surf, in quelle dei lanci col paracadute, ma mai gioiosa come durante le rapine in banca con le – iconiche – maschere degli ex Presidenti degli Stati Uniti. È un’invenzione brillante, i padri della patria che rapinano le loro stesse banche. Il cortocircuito è perfetto: un’azione che si divora da sé. L'(anti)eroe finisce male, l’eroe poliziotto perde la fiducia nel distintivo. Alla fine è evidente come più dei soldi conti il surf: vita, filosofia, esperienza, Roba che non puoi pagare. 

Tendenzialmente gli eroi rapinatori finiscono male. Avevo un disco a 45 giri da piccola, era una canzonetta su Bonny and Clyde, cantata con un accento americano buffissimo «Bonnie and Clyde per un’informazione, si trovan prigionieri non si può scappare, sparano ma, i mitra sono tanti, e quattrocento colpi sono ancor di più…». Non so se i colpi erano 400, forse mi confondo con Truffaut. Poi, da grande, una canzone mi ha scagliata dal clima da operetta del mio 45 giri a una storia struggente di amore e sconfitta: Bonnie and Clyde, cantata da Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot. Sarà che il loro è stato un amore travolgente, di due che si conoscono dietro le quinte di uno show televisivo, mollano i rispettivi partner e per un po’ creano una delle coppie più carismatiche dell’universo. La canzone trasuda sintonia, passione, quell’incombere della tragedia che si insinua in tutte le cose perfette. Bardot lascerà un Gainsbourg disperato per tornare dal marito, e Bonnie Parker e Clyde Barrow nella canzone ovviamente finiscono male. Lui e lei una volta non potevano rapinare banche per sempre e vivere felici. Le probabilità erano minime, Fossero stati due uomini già la statistica sarebbe stata più favorevole: ma la donna rapinatrice, armata, è giusto un gradino sopra la strega. È troppo inquietante per la società. Va annientata, poi ci si può sfogare a scrivere canzoni.
In italiano Banca è femminile. La rapinatrice e la banca condividono un genere, nel discorso, che è contraddittorio. Avrebbe più senso che il granaio fosse femminile. La banca è un regno di uomini. Molti infelici, alcuni ricchi. Avete mai conosciuto qualcuno felice di lavorare in banca? Da piccola confondevo banchieri e bancari. Adesso ho capito: i bancari sono quelli infelici, i banchieri quelli ricchi. Dice Charlie Munger, dirigente della Berkshire Hathaway inc. : «Non penso che ci si possa fidare di un banchiere che controlla se stesso: sono come dipendenti dall’eroina».  E Tyrell Wellick, CEO della E Corp in Mr Robot, una serie che, almeno all’inizio, ha parlato in modo esplicito e scandaloso di finanza, debito, violenza e struttura sociale, si esprime in modo ancora più netto: «Dài a un uomo una pistola e può rapinare una banca.Dài a un uomo una banca e può rapinare il mondo.»

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Tutti dentro, tutti fuori.

Arabella Urania Strange aka Pauline in un Rorschach su Quasi – Settimana “2020”, dove è molto più bello perché ci sono le figure:

A marzo, di colpo, è esploso il lockdown. Un po’ come l’Inquisizione Spagnola, nessuno se l’aspettava. Una sparizione collettiva che ci toccava fare perché la natura e i virus sono più forti di noi. Una condizione irreale, sospesa in un non-tempo, in cui la città si è svuotata per mesi, le case custodivano persone in preda ai sentimenti più diversi e confusi e le saracinesche erano abbassate e i portoni degli uffici erano chiusi e una primavera così non la vedevamo da anni. Io ho tenuto un diario. Le persone tranquille davano fuori di matto, mentre io e gli altri matti di mia conoscenza, ci rilassavamo. Non eravamo più quelli chiusi in casa mentre fuori scorreva una vita piena e operosa: eravamo quelli che in anni di disagio avevano costruito strategie per convivere con la solitudine, sopportarla e farsi proteggere dalla sua presenza di gommapiuma color nebbia.
Ogni uscita, nell’irreale solitudine di questo quartiere che conosco da tanto tempo, era significativa.

La mia prima uscita, dopo molti giorni di solitudine in casa coi gatti, è stata per buttare la spazzatura. Guanti, capelli coperti, avevo dimenticato la mascherina e ho aspettato a rispettosa distanza che passassero le uniche altre due persone visibili. Tornavano da chissà dove, lavori fondamentali, lavori inutili ma sacri per il capitale, entrambe con la mascherina. Quando le ho viste scomparire dietro l’angolo, ho attraversato la mia via per la prima volta. E ho scoperto cosa vuol dire eliminare le automobili da una città.
C’è una doppia linea di pruni lungo la mia strada che, dopo la prima apparizione di margherite e occhi-della-madonna, esplode in nuvole di petali rosa. È il mio calendario della primavera. Due righe rosa, piumose, delicate, di un colore fresco e pungente come il loro odore. L’esplosione fiorita è avvenuta pochi giorni dopo l’inizio del primo lockdown.
E mentre mi allontanavo di venti metri dal mio cancello, bum, mi sono accorta che erano lì, petali rosa, diafani, profumati come mai prima, nell’aria pulita, un velo colore dell’alba mi tremava nel cervello, profumo amarino e delicato, prezioso nella sua brevità, stordente nella sua potenza in questa città spopolata. Ho respirato e respirato. Ho sentito qualcosa che non so descrivere.
Ero il centro di tutto, ero niente. Camminavo attraverso questi veli di profumo, leggerissimo. Non c’era nessun altro in giro.
L’esperienza della città immobile somiglia a quella che provi quando cominci a meditare. Mancano le parole, ma colori e odori sono un linguaggio che riconosco e avrei voluto stendere questo lenzuolo di un freddo rosa quasi trasparente su tutta la città, fermare l’ansia per un secondo, dire respiriamo, anche con le mascherine, cazzo, riempiamoci di rosa, rosa, rosa, e profumo amarino e aria così stranamente pulita.

È il primo lockdown. Non sappiamo ancora che ce ne sarà almeno un secondo. Inaspettatamente: dormo, dormo tantissimo. Dormo felice sapendo che la sveglia non suonerà, perché il lavoro a distanza mi consente di organizzare la giornata lavorativa come preferisco, e mi sento uno schiavo liberato. Dormo profondamente, dopo mesi di insonnia. E sono incredula, perché il risveglio, da quando andavo alle elementari, è il momento più difficile della giornata. Invece, ora, non vedo l’ora di svegliarmi.

Certo essere soli a volte è rischioso. Smettere di mangiare, per esempio, perché nessuno mangia intorno a te e a te non viene in mente. Oppure cadere e farsi male, situazione a me ben nota perché sono la professionista degli incidenti domestici. Bambini e bambine hanno cominciato a esporre arcobaleni ai balconi e alle finestre: «Andrà Tutto Bene», scrivono, e io non lo so, cosa vuol dire «Bene». Tutto come prima? Stronzi come prima, ansiosi, egoisti, miopi, sfiniti come prima? Ho deciso di dare il mio contributo. Ho usato una camicia da notte rosa strappata e i pennarelli. Avrei voluto scrivere «Spero Che Tutto Sarà Diverso» ma stavo lavorando per i bambini della mia via, perché dev’essere pauroso essere piccoli e trovarsi di colpo coi genitori terrorizzati. Mentre appendevo il mio striscione di fortuna uno dei miei gatti è saltato oltre la finestra, sul terrazzino a cui a me è interdetto l’accesso dal design ignobile della finestra. Presa dal panico ho richiuso l’anta per evitare che il gatto volasse di sotto, l’anta ha colpito il manico di una chitarra acustica che non so perché stava sulla libreria, la chitarra è caduta, io ho urlato NO e mi sono lanciata. L’ho mancata, ma ho colpito con varie parti del corpo – non contemporaneamente, devo essere rotolata, o rimbalzata – un tavolino ikea di vetro e acciaio, che non si è rotto ma con la punta acuminatissima dei sui angoli mi ha sfregiato un braccio, una coscia, la schiena, una tibia. Quando mi sono trovata sul pavimento, sanguinante, scavalcata dal gatto atterrito, con l’Ibanez tutta scheggiata, non avevo ancora finito di gridare la O di Noooo! Se qualcuno avesse sollevato il tavolino ikea per colpirmi più volte, da differenti angolazioni, magari gridando «Che cazzo appendi un arcobaleno di notte!?», avrebbe senso. Ma avevo fatto tutto da sola. Mi succede spesso.
Sono rimasta sdraiata sul pavimento a guardare i lividi che diventavano blu e neri sotto i graffi rossi e rosa, rosa come la mia bandiera con l’arcobaleno. Ero stranamente serena. La situazione è così strana: ospedali, ambulanze, cure in generale sembrano circoscritte al coronavirus. Io, che sono la regina degli incidenti domestici, potrei anche preoccuparmi un po’ di più. E invece niente, ho pensato «È andata così».
La mattina dopo sono scesa a guardare il mio arcobaleno. Era tutto storto e sbavato. Aveva piovuto.
Andrà tutto bene? Ma va. Andrà strano, andrà nuovo, pensavo. Avrò paura, probabilmente.
E intanto era assurdo: molti miei amici, persone brillanti, piene di vita, mi chiamavano per parlarmi di rabbia, angoscia, senso di prigionia, e confesso che a volte i loro discorsi, alle mie orecchie, non avevano molto senso. «La paura mi fa schifo», mi ha detto una di loro. È una frase a cui ripenso ancora, perché la paura serve, è il panico che fa casino. Leggevo post su Facebook di persone che andavano a correre di nascosto nei parcheggi sotterranei deserti, leggevo affermazioni su come chi accettata il lockdown non sarebbe stato facilmente riammesso nella cerchia di quelli che lo sfidavano. Percepivo un panico diffuso e mi accorgevo che io, a sentirmi tagliata fuori da tutto per periodi anche lunghi, sono abituata. Sentivo i miei amici del gruppo della trasmissione sulla salute mentale, erano tutti stranamente rilassati. Ne parlavamo. Scoprivamo sentimenti comuni. La sospensione del tempo ci confortava, perché condivisa da tutti, volenti o nolenti. Non eravamo solo noi, fermi, mentre tutto scorre vorticosamente tagliandoci fuori. Il silenzio della città ci piaceva. Chiuderci in casa, insomma, ci piaceva. E mentre i nostri amici sbroccavano, noi ci adattavamo. Ho chiesto al mio psichiatra se avesse notato anche lui che le persone con problemi di fragilità mentale stavano attraversando il lockdown meglio degli altri. «Eh», mi ha detto, «Ho anch’io questa sensazione».
E mi ha confortato, come se mi fossi allenata per anni.

Non è che non mi accorgessi della tragicità della situazione. Per settimane l’unico suono che sentivo era quello delle sirene delle ambulanze. Non è una vacanza, mi dicevo, è vero che se cammini per le strade deserte per andare in farmacia è tutto un esplodere di alberi coperti di foglie, fiori, merli che ti si posano accanto perché sono nati in una stagione irripetibile in cui gli essere umani non sono in giro. Mia sorella mentre andava a lavorare in farmacia, la mattina presto, mi chiamava e mi raccontava. Ho capito veramente il dramma quando le terapie intensive si sono saturate, la Sanità lombarda, il famoso gioiello, ha mostrato tutta la sua fragilità, gli schemi contorti di cessione a un privato inadeguato per poter risparmiare sui posti letto, sul personale. Il mondo è pieno di fiori ma le persone non le ammazza solo il coronavirus, se ti rompi una gamba, se devi fare la chemio, se ti viene un infarto sono guai. E tra i morti comincio a contare gente che in qualche modo conosco, il padre di un amico, la madre di un altro.
Un incubo, ma reale. Eppure io, e con me moltissimi amici con diagnosi assortite di disagio mentale, mi sono adeguata quasi senza accorgermi all’isolamento forzato: non era la prima volta che mi chiudevo in casa e vivevo secondo una giornata di 27 ore, facendo le cose come vengono, scrivere, dormire, guardare serie tv, ascoltare musica, dormire, soprattutto dormire. E stavo bene. Mi vergogno a dirlo, ma io stavo bene: uscire dalla prigione degli orari stabiliti da altri, degli impegni che intreccio fitti fitti per non rischiare di scivolare tra le maglie e cadere nel vuoto del mondo, mi ha fatto stare bene.
Stare qui, sospesa. Preoccuparmi per cose reali. Il mio personale bestiario fantastico di disperazione e orrore taceva, sopraffatto dalla realtà. La gente muore, i racconti raccapriccianti si intrecciano, «Abbiamo dovuto tenere due bare nei garage», mi ha scritto un’amica. La notte, nel silenzio irreale che avvolge la città in quarantena, ascoltavo la sirena delle ambulanze che correvano nelle strade deserte verso l’ospedale civile, a un chilometro scarso da casa mia. Il suono della sirena arrivava da lontanissimo, da nord, da ovest, e a volte aspettavo dei minuti prima che diventasse fortissimo e poi, doppler, si allontanasse. Mi domandavo chi stesse trasportando quell’ambulanza: ce la farà o no? Non potevo fare niente. Accarezzare un gatto, se stava dormendo vicino a me. Accendere la luce e leggere. Controllare le chat. Chiudere gli occhi.
Le chat sono diventate importanti. Quel Pling che odiavo si è trasformato in una versione virtuale di una serata insieme. Parliamo di stupidaggini, ma anche della morte della mamma di Giorgio, delle nostre paure. Ridiamo molto. Giorgio ci ha raccontato della cerimonia funebre, tenutasi su WhatsApp: «Era strano. È stata velocissima, tre minuti, con l’addetto delle pompe funebri che al telefono mi chiedeva “Vede la bara?” e io “Ma veramente… vedo la sua faccia”. Poi per fortuna ha girato il telefono…».
Durante quella strana primavera mi è mancato abbracciare i miei amici, toccarli, prendere le loro mani, accarezzarli. Sono molto affettuosa, fisicamente, e per fortuna abito con tre gatti, altrimenti uscirei di testa, ma lo stesso
io
            chiusa in casa
                                               stavo bene.

Nell’ansia collettiva sto meglio di altri, perché sono ansiosa ma almeno il pericolo è reale, non sono danze macabre sul pavimento del mio cervello. Il mondo di colpo è in sintonia coi miei incubi di solitudine e pericolo, e io sono stranamente tranquilla.

Alla mia amica Ale facevano venire i nervi tutti i flash mob di applausi, canzoni, tarantelle, io penso che abbiamo paura, e vogliamo vederci, contarci, restare insieme, in qualche modo, e ognuno reagisce come può. Il mio amico Giorgio dopo il funerale di sua madre mi ha detto: «Non mi sono mai sentito solo». E mi ha riempito il cuore di una cosa che non so come si chiami, credo che sia la sensazione che provi quando hai paura e vedi una lucina.

Nel mio quartiere ai flash mob non partecipa mai nessuno, per quanto ne so potrebbero essere tutti morti, più probabilmente sono dietro i vetri, che si sentono ridicoli o insofferenti. Mia sorella mia ha detto: «È la paura arrabbiata che trattiene il respiro.»
Invece la mia amica Roby mi ha scritto: «Non ho più l’insonnia. / È bellissimo non avere più paura di andare a dormire. / Non prendo più pasticche.»

Le anime sono paradossali.

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Convincimi Che Sono Umana

Ecco Arabella Urania Strange su #Quasi la rivista che non legge nessuno. La rubrica è sempre il mio quindicinale Rorschach.
Il Tema di Quasi #28 (sett. 13-19/12/2020) era: “Diventare Disumani”. Abbastanza semplice. Meglio leggerlo qui che ci sono le figure belle!)

È facilissimo diventare disumani. Il concetto di umanità è talmente complesso e sfuggente da consentire ai nazisti di considerare gli ebrei non umani e ammazzarne sei milioni, con la coscienza pulita. L’Umanità è un iperoggetto di cui siamo parte, non è possibile vederlo da fuori. Se sbarcasse una razza aliena – speriamo non Zog, che in uno degli innumerevoli romanzi di Kilgore Trout sbarca a casa di uno per avvisare gli umani di una catastrofe, e siccome il suo linguaggio si compone di scoregge e passi di tip tap, l’umano gli sfonda il cranio con una mazza da golf – potrebbe dirci forse cos’è un essere umano. Noi, credo, siamo rimasti all’idea di bipede implume a unghie larghe.
Ecco una storia che adoro. I filosofi dell’Accademia platonica avevano pensato a una definizione essenziale dell’uomo: “bipede implume”. Diogene il Cinico era arrivato con un pollo spennato: «Ecco l’uomo di Platone». I platonisti con un colpo di genio e umorismo involontario aggiunsero alla loro definizione in “con unghie larghe”.  Com’è facile avere ragione e torto allo stesso tempo.
Una volta ho letto di un bambino nato senza cervello: era umano? È quella cosa lì, il cervello, l’umanità? A complicare le cose ci sono gli studi sulle emozioni degli animali, che sembrano ridurre il divario tra Adamo e le creature di cui, su indicazioni di Dio, ha scelto il nome.

Trovo che il miglior modo per disumanizzare qualcuno sia l’uso allegro del pronome “loro”. Loro vengono, loro non fanno, fanno, le loro abitudini, a casa loro. Da anni mi sono imposta, quando dico “loro”, a meno che non mi stia riferendo agli amici che devono raggiungerci a cena, mi fermo un attimo e cerco di circoscrivere. Loro chi? Qual è l’azione, l’appartenenza che li rende “non noi”? A volte servono un sacco di parole, e mi rendo conto di come la generalizzazione ammazzi l’empatia. Che, a quanto pare, abbiamo in dotazione fin da neonati. È il fenomeno per cui se in una nursery un neonato piange cominciano a piangere anche gli altri. Gli stessi neonati che, anni dopo, diranno «Aiutiamoli a casa loro».
Mi trovo spesso anche a pensare quanto io sia me e non qualcos’altro quando, per esempio, cambio farmaci e attraverso periodi in cui non mi riconosco più. O durante una crisi depressiva. Mi sembra, cambiando, di perdere parzialmente la mia umanità. Mi sento aliena. Eppure succede a milioni di persone. Ma non poter contare sulla propria mente, o sentire il proprio corpo che diventa insensibile alla fame, al sonno, al desiderio, porta a domandarsi se davvero fai ancora parte del grande gruppo di quelli che vedi vivere, lavorare, divertirsi, piangere. Ti senti più vicina a una carota.
E sono gli altri, le amiche e gli amici, che ti ricordano che sei ancora umana. A volte anche una canzone, un libro. Bastano pochi minuti, qualche volta, per risentire dentro di sé quella sensazione di cui ti accorgi solo quando manca, un nodo di energia interiore, quasi solido, lì vicino a dove si respira e il cuore batte.

Nel mio libro preferito di quest’anno, Cosi si perde la guerra del tempo, di Amal El-Mohtar e Max Gladstone, due avversarie si affrontano sul terreno dei diversi flussi temporali. Innumerevoli intrecci di molteplici fili, ognuno dei quali porta a una versione del futuro. E Red e Blue sono nemiche, lottano per proteggere il loro tempo, la loro versione di futuro. Il futuro da cui Red parte in missioni che comportano guerre, omicidi, o solo spostare un oggetto, l’umanità ha trasceso il corpo, che sembra essere interamente bionico, e ha acquisito la capacità di percepire porzioni dello spettro elettromagnetico a noi precluse. Il futuro da cui proviene Blue, altrettanto spietata ed efficiente, è un «Giardino, in cui la modificazione genetica in direzione vegetale è portata all’estremo». Il romanzo ci fa intuire questi corpi dis/umani, più che descriverli, ma l’umanità è luminosa e presente nei biglietti che, sui supporti più svariati, le due agenti nemiche si lasciano sul campo, in un dialogo epistolare che le porterà a innamorarsi, e a contaminarsi.

A me piacerebbe contaminarmi un po’ nel transumano. In uno dei casi raccontati da Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, un ragazzo di 22 anni con una frequentazione assidua di coca, PCP e soprattutto anfetamine, «sognò, con grande vivezza, di essere un cane in un mondo di odori incredibilmente ricchi e significativi». Al risveglio non solo la sua visione dei colori si è acuita e ha sviluppato una memoria eidetica, ma il suo olfatto, iperpotenziato, è proprio quello di un cane. E il mondo cambia. Niente è veramente presente se non lo tocca e non lo annusa. Quando, tre settimane dopo, quasi improvvisamente, tutto torna nella norma, lui dice: «Sono contento di essere tornato, ma è anche una terribile perdita». Freud ha definito più volte l’olfatto umano come una vittima del processo evolutivo e di civilizzazione. Il testo termina con i versi di G.K. Chesterton, dalla Canzone di Quoodle, che mi fanno spasimare di desiderio: «Oh, l’allegro odore dell’acqua, / l’ardito odore del sasso!»

Uno degli argomenti che stanno comparendo sempre più spesso nelle trame delle serie tv (Black Mirror nell’amatissimo episodio San Junipero, le serie Upload e Altered Carbon, per fare qualche esempio) è la possibilità di upload  – ed eventuale download, in Altered – della coscienza umana. È interessante vedere i risvolti grotteschi di società in cui i corpi sono diventati avatar, o abiti da indossare e cambiare. Le interferenze tra capitalismo e aldilà digitale (Upload). Ma la domanda che mi resta conficcata come un chiodo è: una copia digitale di me sarei io? Mi viene da pensare che no, sarebbe una copia gemella. Ma poi penso che nel corso della nostra vita ogni qualche anno tutti gli atomi del nostro corpo vengono sostituiti, e ci ritroviamo al paradosso della nave di Teseo.

Continuerò a usare il termine “disumano” per descrivere dei comportamenti che sono, la storia lo dimostra, umanissimi. L’avarizia, la violenza, l’insensibilità alle sofferenze altrui, l’incapacità di identificarsi in un altro, o di prendere in considerazione le conseguenze a lungo termine di azioni che avvantaggiano un pugno di individui e intanto distruggono il pianeta, o annientano la libertà di intere nazioni.
Il giornalista Vittorio Arrigoni (ci manchi), assassinato nella striscia di Gaza nel 2011, chiudeva i suoi articoli con la frase «Restiamo Umani».
E mi domando se l’umanità non stia proprio nel chiedersi, di continuo, cos’è umano.

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Spegnete la luna. Il dito è ammutolito

Ecco Arabella Urania Strange su #Quasi la rivista che non legge nessuno. La rubrica è sempre il mio quindicinale Rorschach.
Il Tema di Quasi #27 (sett. 6-12/12/2020) era: “Wish You Were Here”. E via che parte un viaggio nel tempo…. Ma dai, leggete qui che ci sono le figure belle!)

È difficile, per me, dire Wish you were here senza cadere nella trappola dei sentimenti.
E allora ho intenzione di caderci senza fare resistenza.

Vorrei che fossi qui. È dalla fine di aprile di tre anni fa che lo penso almeno una volta al giorno. Ti intravedo tra la gente, e so che non sei tu. Compongo il codice che sblocca la porta della radio, e mi trovo a ripetere il tuo gesto, di coprire con la spalla la tastiera metallica, perché non si sa mai. Io che son così distratta da lasciare i soldi nel bancomat, da anni mi ricordo di difendere quel digitare veloce. Negli studi è una festa di fantasmi, ma sei sempre tu. Il timbro della tua voce ha un fantasma a parte, un po’ metallica, sonora, ironica, abita nella mia testa, e mi prende in giro, e io da te accetto anche questo, come un regalo finale. Ci sei scomparso tra le mani, tu così grosso e imponente, che le cariche della polizia si aprivano e tu restavi come uno scoglio in una mareggiata, col tuo soprabito chiaro e l’ombrello aperto, in un mese ciao, in un mese in cui ho imparato a memoria il percorso per la tua stanza d’ospedale, e c’era sempre qualcuno, e un giorno, assurdo, abbiamo cantato. Anche tu, e sembrava quasi un giorno qualunque, il compleanno di qualcuno, invece sapevamo che mancava poco, poi fine, chiuso, avanti da sole, da soli. Ancora adesso chiacchieriamo nella chat fatta per tenerci informate mentre eri in ospedale. La storia di quella chat, di chi è uscito, di chi è entrato, sarebbe un romanzo a parte, a guardare da vicino le cose si vedono chiaramente i fili colorati delle storie che si annodano e si snodano, si ingarbugliano e si sbrogliano, io il tuo filo lo intreccio ancora, emerge col suo colore speciale dalla trama delle giornate e dei lavori, delle passioni e delle fantasie, e delle cazzate in cui mi giro, sempre verso destra, non so perché, aspettando il tuo commento sferzante. Da che mi manchi tu, mi manca chiunque, perché ho capito che per un po’ si balla – quanto abbiamo ballato – poi si accendono le luci, il locale chiude, e si esce in quell’ora incolore, ci si divide nelle macchine, a volte ci si saluta a volte no, è l’alba, abbiamo sonno, fine. Fine dell’immortalità infantile, che restava come un’ape dentro di me, piccola e indomita, anche se qualcuno lo avevo già perduto, ma mai così in tempo reale, in un rallentatore velocissimo, neanche un mese.
Tu sei quello che vorrei fosse qui. Altri sono spariti, ma basta darsi un po’ da fare, chiamare, scrivere, e persone un tempo amatissime e indispensabili rispondono, ci si racconta un po’, ci si rassicura. Tu sei sparito come quando perdo le cose in casa e vago per le stanze sollevando tutti i libri appoggiati su sedie e tavoli, i vestiti ammucchiati, ma niente.
C’è solo il tuo filo colorato, intrecciato al mio, e questo me lo faccio bastare. Lo sfioro con un dito, scompare e riemerge, e se chiedo alla tessitrice che mi abita e mette insieme il caos intrecciando qualunque materiale, ordinandolo perché diventi una storia invece di soffocarmi, non posso che essere d’accordo. E’ moltissimo, perché è più di niente,

Tra i libri che ci siamo scambiati c’è Rosso Floyd di Michele Mari. Eravamo pieni di entusiasmo da scoppiare, dopo Tu sanguinosa infanzia e Verderame, e a me i Pink Floyd non piacciono neanche. Ma Mari ha il dono di creare una specie di tenebra luminosa in tutto quello che racconta, e la storia di Syd Barrett diventa magica e tremenda, come nelle fiabe. Come se un mostro l’avesse divorato. Shine on you, crazy diamond. Sono andata ad ascoltarmi le prime canzoni, Irriconoscibili. Per me erano la band che faceva pezzi lunghissimi che i miei amici un po’ più grandi ascoltavano religiosamente. Poi ho scoperto l’unico disco con Syd Barrett ancora in formazione, The Piper at  the Gates of Dawn, e ho ascoltato See Emily Play, che apre il disco nell’edizione americana, e sembra un pezzo dei Beatles, e Interstellar Overdrive, lo strumentale che lo chiude, e spiega qualunque momento successivo, accaduto in qualunque sala prove del pianeta, in cui i chitarristi col bassista al seguito si perdono in improvvisazioni di un’ora, mentre la cantante sta seduta in un angolo in attesa che si stanchino. Persino durante i concerti capita di girarsi verso un’amica o un amico per commentare “seghe da sala prove”. E si capisce, e si perdona, perché, insomma, c’è stata roba come Interstellar Overdrive. Ho scoperto che Roger Waters era addirittura riuscito a prendere un appuntamento con R.D. Laing, ma Barrett si è rifiutato di uscire dalla macchina. Nel romanzo di Michele Mari l’ombra di Syd Barrett di stende sui Pink Floyd come una ragnatela, c’è un capitolo in cui la registrazione di un pezzo in studio è raccontato come una seduta spiritica. E ci sono i due mostri, le teste intrecciate per divorarsi, o accoppiarsi, uno scontro mitologico tra qualcosa e qualcos’altro, scegliete. Per me i due mostri sono la follia e la sanità mentale. Non cerco un’interpretazione del libro, è lei che ha trovato me, immediatamente, dopo le prime pagine. L’assenza di Syd Barrett, che era vivo ma anche morto, chiuso nella sua casa, un gatto di Schrödinger terrificante, è l”essenza dell’orrore e del fascino che galleggiano sopra ogni pagina di quel Necronomicon della musica psichedelica. La mancanza di qualcuno che c’è, e puoi proprio dirgli che vorresti che fosse lì con te, ma tanto non sente. Non ha voluto incontrare nemmeno Laing, insomma.
Poi ci sono quelli passati dall’altra parte, e su di loro abbiamo un’informazione in più: non tornano. Non possono migliorare, o cambiare idea. Abbiamo quel che abbiamo, fine.

Tu Laing l’hai letto appassionatamente, e il mese scorso ho ricomprato Nodi, perché volevo rileggerlo, e perché sento chiaramente la tua voce, e la mia, mentre ci scambiamo entusiasti «Stanno giocando a un gioco. Stanno giocando a non / giocare a un gioco. Se mostro loro che li vedo giocare, / infrangerò le regole e mi puniranno. / Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco.» e «In lui c’è qualcosa che non va / perché crede / che in noi ci sia qualcosa che non va / per il fatto che cerchiamo di aiutarlo a vedere / che ci dev’essere qualcosa in lui che non va / se crede che ci sia qualcosa in noi che non va / per il fatto che cerchiamo di aiutarlo a vedere che / lo stiamo aiutando.».
Nodi ancora ha il potere di emozionarmi, la forma poetica, l’infinito monologo che diventa involontario dialogo di John e Mary, e ogni poche pagine si inciampa, e ci si trova dentro Mary, o John, e cazzo Laing, come l’hai beccata questa dinamica, com’è essenziale nella sua spiegazione, e storpia nella sua articolazione, sillogismi feriti e deformi che ci si affollano intorno come fantasmi.
Wish you were here, a volte, cara me stessa che riesce ad avere una conversazione col mondo. La tentazione di chiedere a te, e solo a te, di rimanere e riempirmi come un palloncino da fiera, è fortissima, Liberiamoci di questo gas tossico di paura sfinimento e troppa immaginazione. Ma ho ben presente la vecchia maledizione di origine yiddish: «May you have what you wish». Attenzione a quel che desideri. Ci sono probabilmente centinaia di racconti che ci mettono in guardia: per me, soprattutto, il racconto seminale di W.W. JacobsThe monkey’s Paws pubblicato in una raccolta nel 1902, e I wish I may, I wish I might di Bill Pronzini, del 1973. Nel primo una coppia esprime il desiderio il ritorno del figlio morto, ma dimentica di specificare in quali condizioni. Nel secondo un genio viene liberato da una bottiglia da un ragazzino, e gli garantisce tre desideri. Peccato che il ragazzino sia oligofrenico, e chieda che ci sia caldo e piova limonata e tutti i bambini e le bambine siano come lui così potrà giocare con tutti. Ma al di là di piogge di limonata e figli morti, io diffido moltissimo di quel che desidero. Ho amato e desiderato persone che mi hanno ignorata, e avrei liberato cento geni dalle loro bottiglie per essere ricambiata, e adesso non ci uscirei a mangiare la pizza. Perché è difficile misurarsi col desiderio. Trovare quello vero, profondo, che scorre sotto tutte le cianfrusaglie che accumuliamo, e dire sì, questo. Sia quel che sia, è questo che voglio.
Io sono ancora allo stadio in cui desidero desiderare,

R. D. Laing, maestro dell’antipsichiatria che a sorpresa, nel 1970, ha pubblicato questo libro di poesia, Knots, Nodi, parla spesso di maya, dharma, e anche il famoso dito che indica la luna compare, verso la fine, in un libro che con precisione e apparente distacco (ma è chiaro che non sta parlando solo delle dinamiche dei suoi pazienti), sta parlando dell’umanità, descrive i giochi spesso perversi e crudeli che giochiamo. Si chiude con una poesia che è la mia preferita: «L’asserzione non addita / il dito è ammutolito».

Voglio, sono, credo, è così, non è così. Il dito ammutolisce, la luna si scioglie come un ghiacciolo al limone. Torna qui. Non lasciarmi. No, non funziona mai con le asserzioni, con le cose che sono. Vorrei. Questo non so se funziona, ma è un amuleto da conservare in una piccola tasca, Io, vorrei. Lo dice William Wordsworth, nella poesia resa famosa dal film di KazanSplendore nell’erba: «We will grieve not, rather find / Strength in what remains behind». È troppo difficile non dolersi, e non sono bigotta riguardo al dolore: ognuno soffre il suo, ed è difficile contarne lame e spigoli acuti, ma mi interessa trovare forza in ciò che resta.
Per esempio, che non ci sei, ma sei con me, sempre.

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Questa vita preziosa

Ecco Arabella Urania Strange su #Quasi la rivista che non legge nessuno. La rubrica è sempre il mio quindicinale Rorschach.
Il Tema di Quasi #26 (sett. 29/11-5/12/2020) era: “Inversione a U”. Ma leggete qui che ci sono le figure belle!)

Quest’anno, a causa delle restrizioni imposte dall’epidemia in corso, la festa di autofinanziamento della radio indipendente con cui collaboro da moltissimi anni non si è potuta fare. È un evento enorme, a cui ogni estate partecipano decine di migliaia di persone, tutte diverse. L’emittente è dichiaratamente comunista ma un anno, facendo un sondaggio, abbiamo scoperto quanti giovani leghisti ci vengono, e non rompono neanche i coglioni, per dire, si bevono le loro birre, ascoltano i concerti, mangiano la pizza… Sono quasi trent’anni che la festa consente alla radio di funzionare, senza pubblicità di alcun tipo, e quest’anno, per la prima volta, ad agosto i circa 800 volontari che ci lavorano hanno fatto le vacanze, un po’ straniti, un po’ sollevati – perché è un lavoro impegnativo reggere un festival di quasi tre settimane dalle sei di sera alle quattro del mattino – ma anche molto in ansia. Se nel 2021 non si potrà fare la festa, la radio non potrà sopravvivere. Per tutto il mese di agosto, ogni giorno pensavo: «Ma come mai non sono giù, nella spianata, dentro la libreria, a vagare per stand e bancarelle salutando tutta la gente che conosco, cos’è successo? Come è possibile?». E ieri sera quel virus spinoso, che sembra disegnato da Pendleton Ward, si è portato via uno dei volontari della brigata della pizzeria, uno che da vent’anni salutavo, a cui sorridevo, con cui scambiavo due battute, e soprattutto condividevo un progetto, un amore. Sono ancora intontita. Quest’anno è stato come stare su un autobus a lunga percorrenza che di colpo, in autostrada, fa un’inversione a U. Ti spaventi, ti viene da vomitare, pensi: «Adesso facciamo un frontale, addio.»
E poi ti domandi: «ma chi guida?»

Non riesco a non essere personale, in quello che scrivo. Conosco solo me stessa, e so che quel che so del mondo dipende da quel che guardo, ascolto o, a volte, subisco, come quando scoppia un’epidemia, per esempio. Adesso chiusa per la seconda volta in casa, finita la fase eroica, so solo come sto io: distrutta, senza forze, confusa. Ma lo scrivo perché so che siamo in tantissimi a soffrire, qualcuno inventa dei modi per non affondare in questa fase Produci-Consuma-Crepa, qualcun altro ha meno strumenti, meno immaginazione, o semplicemente non ha più i soldi per pagare le bollette. Mia sorella, farmacista, mi dice che non ha mai venduto così tante benzodiazepine. Siamo fragili, e farci i conti, senza il supporto di tante ritualità che ritenevamo scontate, è difficilissimo. Ho la sensazione che chi ci governa stia sottovalutando le risorse che le persone dotate di più immaginazione degli altri potrebbero fornire, per progettare qualcosa che assomigli più alla vita, non dico a quella di prima, mi riferisco a quel contenitore di relazioni, idee, sogni, scambi, progetti che fa sì che non decidiamo di smettere. Mi domando quando sapremo in quanti hanno deciso di dare forfait in questi mesi. Sarà un bilancio di guerra? In modo naïve, dico che nessuno sta pensando all’anima, allo spirito delle persone. Alla nostra umanità, che non è mica solo una definizione biologica.https://www.youtube.com/embed/dDSKawmvOp4?feature=oembed

Mentre scrivo ascolto un pezzo dell’anno scorso dei Sundara KarmaA song for my future self, che dura 3’32”. Siccome scrivere richiede più tempo che leggere, probabilmente a questo punto l’ho già ascoltata più di dieci volte. Karma è una delle parole più travisate della storia, significa azione, e in sanscrito sundara karma significa azione nobile , tipo «Fa’ la cosa giusta». Per fortuna dall’oriente arriva una forma di pensiero non duale, e quindi non pensiamo al Do the Right Thing del film di Spike Lee, ma piuttosto alla ricerca costante di un comportamento appropriato. In questi giorni ho pensato molto, durante la polemica contro la frase offensiva di Scozzari sui fumetti che non gli piacciono di “un/una transessuale”. E forse il pensiero che mi sono formata è: posto che preferisco, sundara karma style, giudicare non le persone ma le loro azioni, ho bisogno di dire due cose fortissimo. La prima è che: Basta! L’inversione a U c’è stata, certi termini non sono politicamente corretti, sono umanamente corretti. Troia, frocio, mongoloide: davvero, basta. Dietro a ogni termine ci sono persone, e sono persone che si sono rotte i coglioni di essere chiamate in modo spregiativo.
La seconda è: attaccare una persona, invece che per quello che fa o dice, per quel che è, è un artificio retorico da pezzenti. I tempi sono cambiati, una donna transessuale è una donna. Una persona. E il diritto a non essere attaccata, subdolamente, non per il suo karma, le sue azioni, ma per la sua identità, anzi, per un aspetto della sua identità, non è solo un suo diritto, è anche mio. Se vuoi dirmi, poniamo, che scrivo di merda, non dirmi che sono «una malata di mente che scrive di merda». È odioso, è stupido. Non c’entra. È nel tuo diritto dirmi che scrivo male, ma il resto è gratuito. E se un’altra persona dice che il tuo attacco è odioso, patetico, doloroso e fuori tempo massimo, bene, mi fa piacere. Lo dico anch’io.

I Sundara karma stanno cantando ancora, e per la trentesima volta sento: «Sunlight just ain’t getting in / Did you miss a right hand turn? / So it’s harder to be loved when you love suffering.»
«La luce del sole non arriva, mi sono perso una svolta a destra? È più difficile essere amato quando ami stare male». È una canzone spietata, che parla di passato e futuro, e «love soffering»fatico a tradurlo. È una cosa che ti viene detta mille mille volte quando non sei neurotipico. Come se accettare e guardare il dolore che viene da dentro fosse una forma di pigrizia, di egocentrismo. E «Did you miss a right hand turn?»si riferisce alla regola per cui, in molti stati americani, per evitare un semaforo rosso puoi scegliere di svoltare a destra. È una soluzione interessante, che ti consente di non perdere completamente la direzione. Non è un’inversione a U, è meno drammatico, ma quante volte si può svoltare a destra senza finire altrove? E alla fine, a forza di girare a destra, gli angoli ti porteranno, come in un labirinto, al punto di partenza.

Come l’Uroboro, che è la prima parola che mi è venuta in mente al suono di “U”. È un serpente che si divora la coda, rigenerandosi continuamente. Un po’ come un LP che gira sul piatto, Lo si trova già 3.500 anni fa nel Ru nu peret em herul, il Libro dei morti egizio. Letteralmente si chiama Libro per uscire al giornoLibro per emergere dalla luce: è una raccolta di formule magiche e religiose per proteggere e aiutare la persona defunta nel suo pericoloso viaggio verso la Duat, il mondo dei morti, e l’immortalità. Siccome pensavano che l’anima fosse composta da più parti, il Ka rimaneva presso il defunto e il Ba poteva accedere alla Duat. Non è una brutta idea: il Ba, dipinto come una testa umana azzurra, oppure come una cicogna con il volto umano, permetteva alla persona morta di muoversi ovunque, e di prendere qualsiasi forma.

Così penso al mio compagno di festa, sorrisi e parole, in infinite polaroid mentali ci vedo in pizzeria, tutti e due con la maglietta dei lavoranti, e poi penso a tutte le persone che non ci sono più ma amo ancora, e mi concedo di immaginarle svolazzare dappertutto. Prego, non so cosa, forse quel luogo dentro di me che Etty Hillesum chiamava dio, che ciò che amo si salvi, il progetto condiviso, le relazioni che ha creato, la nostra fatica, anno dopo anno, per cambiare le regole del gioco, e che non siamo costretti a tornare indietro. Ma se sarà così, penserò all’Uroboro, che è in una perenne inversione a U, e ritrovata la sua coda la divora tramutandosi in infinite successive versioni di sé.
Come noi, che non possiamo non cambiare, e se scriviamo una lettera al nostro io futuro possiamo azzeccarla, ma anche sbagliare tutto.

È questione di karma. I nostri pensieri, le nostre azioni e omissioni, le nostre parole ci modellano come creta, e diventiamo quel che siamo, con quel corpo lì, quella faccia lì, mortali, ma sempre, sempre possiamo cambiare.
Non è solo la nostra natura, è un nostro diritto. E siccome la tramutazione finale, o semifinale, non so come sia organizzato questo multiverso, è la morte, voglio chiudere come finiscono i Sundara Karmanella canzone-loop da cui tra poco usciròper dormire, consolarmi e sognare: «What if there’s no final answer, the existential disaster / Could you learn to love this precious life before it’s too late?»
Se non c’è nessuna risposta finale, possiamo imparare ad amare questa vita preziosa prima che sia troppo tardi?

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SinESTesia

Ecco Arabella Urania Strange su #Quasi la rivista che non legge nessuno. La rubrica è sempre il mio quindicinale Rorschach.
Il Tema di Quasi #25 (sett. 22-28-11-2020) era: “Orient >Express”. Io faccio un timido omaggio a Proust. Leggete qui che ci sono le figure belle!)

Non amo viaggiare. Nel mondo, intendo. L’ho fatto e probabilmente lo farò ancora, ma mentre gli anni passavano e io mi ritrovavo lontanissima da casa, perdevo mio marito in aeroporti di città improbabili, in mercati e stazioni ferroviarie e restavo paralizzata e furiosa aggrappata al mio bagaglio, mentre lo sentivo contrattare un passaggio nella brousse della Casamance, o ordinare piatti misteriosi e pesantissimi in ristoranti, casupole, alberghi, mentre lottavo con scarafaggi grandi come bamboline o in piccoli sciami volanti, che picchiettavano il buio oltre la finestra, imparavo che non amo spostarmi. Ogni volta pensavo: quanto è fortunata una lumaca! O chi gira in camper! Eppure ero circondata dalla bellezza, e non sono insensibile alla bellezza, anzi, i miei viaggi erano un groviglio di sindrome di Stendhal, terrore, litigi, pianti, esaltazione, adattamento forzato, meraviglia, dialoghi personalissimi condotti in approssimazioni di varie lingue con sconosciute e sconosciuti, attese, e perdermi, perdermi, perdermi, e comprare cose, e perdermi, e non avere più alcuna dignità o orgoglio, perché l’immagine che prende forma nella mia mente se penso viaggio non sono i colibrì della California, i tulipani del mercato di Amsterdam, i prati della Bulgaria o l’oceano grigio azzurro del Senegal, è una figurina irrigidita dall’ansia con una valigia, ferma, in mezzo a gente che passa parlando mille lingue, e si guarda intorno cercando la sua guida.
Poi mio marito, che invece è un nomade, mi ritrovava, e litigavamo. E poi i viaggi erano bellissimi, come quando abbiamo seguito il Danubio giù per i Balcani e siamo arrivati in Grecia, e poi in Turchia. Ho tre o quattro quaderni di viaggio, pieni di annotazioni e biglietti, cartoline, scontrini incollati amorosamente. Ma il viaggio per me è quella creatura inutile e disorientata che si aggrappa a valige sempre brutte, un po’ rotte, troppo piene, e si guarda intorno disperata, cercando di controllare il respiro, uno… due… tre… quattro…
Maledizione.
Viaggiare cambia così tanto i circuiti del cervello. Dopo essere partita pian piano le cose si aggiustano e, nonostante il mio deficit drammatico nell’orientarmi, raccolgo un sacco di ricordi emozionanti. Colori, colori, colori. Ma ogni volta che abbandono la mia casa, anche adesso, io passo attraverso la panicosfera. Mi perderò? Per sempre?

Ho riletto Murder on the Orient-Express, stavolta in inglese. È stato uno dei primi libri da grandi che ho letto, poco dopo è arrivata la fantascienza, ma con Agatha Christie ho stabilito un legame di complicità da subito, a nove, dieci anni. Ho amato tutti i suoi trucchi, le sue invenzioni, e anche se ho un penchant per Miss Marple, Hercule Poirot ha un posto nel mio cuore. Leggere Christie in inglese è un’esperienza particolare. Murder, per esempio, è uscito l’1 Gennaio 1934, la prima guerra mondiale era finita da un po’, la seconda non era ancora alle porte, e l’Impero britannico si stendeva come una coperta gigantesca su gran parte del pianeta. Rileggere il romanzo in lingua originale mi ha fatto pensare due cose. La prima: è scritto in un inglese che, nelle descrizioni ma soprattutto nei dialoghi, mi catapulta in un mondo che non esiste più, in cui i nomi dei luoghi vengono sciorinati con nonchalance, ma gli inglesi giudicano gli americani, che giudicano i francesi, che giudicano gli italiani, che giudicano gli inglesi. Gli accenti e le storpiature di quella che si accingeva a diventare La Lingua del Mondo sono riprodotti spietatamente in bocca agli stranieri. Il mondo di Christie è irreale e pieno di stereotipi. Lo sapevo, ma l’immersione nell’inglese degli anni ’30 del secolo scorso è un viaggio di per sé.
La seconda: a differenza di quel che ricordavo, questo Orient-Express sta tornando in Europa. Non è una anabasi, ma una katabasi. Il treno bloccato nella neve e la storia straordinaria ordita dalla autrice sono orientati, come l’ago di una bussola, verso Trieste, Milano, Parigi. E’ un treno che torna a casa. La mia, intendo.
Ah, c’è una terza cosa che mi ha colpito. Tutti chiamano Istanbul – dal greco εἰς τὴν πόλιν (eis ten polin, ovvero “verso la città”) – “Stamboul”, e questo cambia, nel mio cervello, il colore della città.
Perché, non l’ho detto, ma a me viaggiare piace. Solo, non nel mondo esterno. L’universo dentro, invece, va benissimo: lì dentro mi piace anche perdermi.

Il colore della città, del suo nome, come di ogni parola, è importantissimo. Ne ha parlato ampiamente Marcel Proust: ho cercato quel che diceva di Parma, la città dove ho studiato, e ho ritrovato il nome Parme, che per Proust era «compatto, liscio, dolce e color malva». Ma per Proust è una questione non solo di suono (spiega Paola Musarra in un saggio sulla traduzione proustiana che Parme, una sillaba, non va tradotto in Parma, due sillabe, perché «è in virtù di quella sillaba pesante che [a Parma] “non circola aria”»), ma di “correspondences”: tra il nome della città, la «dolcezza stendhaliana» e il «riflesso delle violette».
Per me, invece, il solo suono ha un potere cromatico fortissimo. Da sempre i giorni della settimana hanno un colore specifico, e così pure i nomi propri, e molte delle parole che mi piacciono.
E siccome non amo viaggiare, e il mio livello di ignoranza della geografia è spiegabile solo con una analoga mancanza di senso dell’orientamento che mi affligge da sempre, ma amo i suoni e i colori, mi concedo di giocare con i nomi delle fermate principali della tratta Simplon dell’Orient-Express, il favoloso treno passeggeri messo in servizio dalla Compagnie Internationale des Wagons-Lits, che collegava Parigi-Gare de l’Est a Costantinopoli. Negli anni ’30 del secolo scorso, quando l’assassino della piccola Daisy Armstrong sfuggito alla giustizia viene pugnalato dodici volte da tragici e ammirevoli vendicatori organizzati nel wagon-lit bloccato dalla neve tra Vincovci e Brod e tocca a Hercule Poirot scoprire la geniale e ingarbugliata soluzione, il treno è all’apice della sua fama, un simbolo di lusso e comodità in un’epoca in cui i lunghi viaggi sono ancora pericolosi. Io provo a ripercorrerne il percorso al contrario, verso Est, verso quel che è lontano.

Paris è color lavanda, suona come un campanellino, e profuma di brioches, ma sfiorando la parola coi polpastrelli puoi sentire le guglie di mille chiese gotiche, come se accarezzassi un riccio d’argento. Lausanne è rosa, acquatica, un fiore di loto, e fa il rumore di una tazza di porcellana che cade su un tappeto. Milan, grigio argento, elastica, vellutata, ti si disfa tra le dita come nebbia o polvere di piombo e calce, ma se non la tocchi puoi vedere gli strati di smalti trasparenti che la tengono insieme. Venice ha il colore dell’alba, rosa e azzurro, e ti avvolge come una sottilissima sciarpa di seta, con le frange morbide, e il vento salato lo fa frusciare. E Trieste è gialla, ma sa di cioccolato, e ha le punte come una stella tagliente, e se spegni la luce non è più gialla, ma bianca, tremante, immensamente luminosa. Vincovci – Brod, ci sono passata in treno davvero, quindi difficile separare suoni e ricordo, ma Vinkovzi (così si pronuncia) è un bicchiere di vetro spesso, dipinto di foglie verdi, e un’ape si è posata sul bordo. Brod è marrone, caldo colore di legno autunnale. La d finale è il punto in cui il legno è stato segato, e puoi contare i cerchi, e sentire sulla lingua il sapore dei panini caldi intrecciati, coi semi di papavero, annusare un fuoco acceso, da qualche parte. Beograd, azzurro! Azzurro, azzurro, con macchie di nuvole bianche che passano, e rintoccano come campane. La parola va su e giù, su e giù, e torna indietro e ricomincia. C’è un occhio che guarda dalla O centrale, nero, intento, scrutatore. Sophia è una piuma, galleggia nell’aria, candida come una colomba, spruzzata d’oro appena appena, con un tocco di rosa. Profuma di vaniglia e latte caldo. E alla fine eccoti, Istanbul, blu lapislazzulo, lucido, smaltato, notturno, circolare. Sei la testa della Medusa, immersa nell’acqua, intorno a cui pesci enormi nuotano al buio. Questo ti renderebbe vagamente verde e gialla, ma il tuo suono è il fischio di un merlo, e sei sempre più blu, anche se ti ho visto inondata di sole, nera la notte, illuminata da lucine da circo, scintillante di ogni colore io riesca a immaginare. Costantinopoli è un tappeto morbido di un milione di colori, lana e seta, arance e limoni, gelsomini e lame taglienti. Ma Stamboul è blu come un Sol. E ha il profumo del te rovesciato su un cuscino.

Non amo viaggiare, nel mondo, credo. Mentre elencavo i suoni e i colori mi è venuta voglia di sorvolare ognuna delle città-suono che ho elencato. La mia bussola è sbagliata, ma sono sensibile alla musica, e allo spettro della luce. Vi vorrei vedere tutte all’alba, appena prima che il cielo si illumini. Non credo né alla giustizia né alla vendetta, e la storia che avviene sul treno mi affascina, ma quel che mi tiene viva è la bellezza, e la bellezza, ding!, coloresuono, è sempre con me.

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